MAURO CORONA.
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NEL MURO.
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Parte 1.
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2018. Mondadori Libri, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Versione digitale realizzata da: Libero Giacomini, E-mail: libero.giacomini@gmail.com.
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Presentazione.
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Nel ftto di un bosco di uno dei monti dellItalia settentrionale un uomo ritrova una baita appartenuta ai suoi antenati. Decide di ristrutturarla, per andarci a vivere e sfuggire cos alla crudelt del mondo che lo circonda.
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Ma, mentre lavora, un colpo di piccone bene assestato cambia per sempre la sua vita. Dietro la calce, in unintercapedine del muro, trova i corpi mummificati di tre donne. E si accorge che sulla loro carne sono stati incisi dei segni, quasi lettere dellalfabeto di una lingua misteriosa e sconosciuta. Qual  la storia delle tre donne? Chi le ha nascoste l?
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Qual  il terribile messaggio che quelle lettere vogliono comunicare?Ed  possibile che la cerva dagli occhi buoni che sbuca ogni sera dal bosco voglia davvero proteggere luomo e rivelargli qualcosa?
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Mentre le tre mummie cominciano a infestare i suoi pensieri e i suoi sogni, trasformandoli in incubi e allucinazioni, luomo si mette alla ricerca della verit, una ricerca che pu portarlo alla perdizione definitiva o alla salvezza. O forse a entrambe.
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Mauro Corona, dopo anni in cui si era dedicato a forme pi brevi, torna al romanzo vero e proprio. E lo fa con un libro di eccezionale forza letteraria, intenso, appassionante, commovente, un libro che racconta la maestosit della natura e la cattiveria degli uomini, denso di immagini indimenticabili - per esempio quella del pivason, luccello-vampiro, e del suo spaventoso verso, presagio di morte - e di momenti di straordinario lirismo, come la scena in cui il protagonista scende in una foiba e dentro una pozza dacqua scopre un piccolo essere di cui si sente improvvisamente ed inaspettatamente fratello.
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Con Nel muro, Corona torna a raccontare i boschi, gli animali e gli uomini della sua terra, e rivela ancora una volta il suo talento narrativo, quella scrittura sorgiva che sa arrivare dritta al cuore del lettore, la sua capacit di unire unimmaginazione gotica e tenebrosa allaccuratezza realistica delle situazioni e dei luoghi, di scrivere pagine terribili e dolci al tempo stesso.
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In una frase, Nel muro segna il ritorno al romanzo di uno dei pi grandi scrittori italiani.
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LAutore.
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Mauro Corona  nato a Erto (Pordenone) nel 1950.  autore di Il volo della martora, Le voci del bosco, Finch il cuculo canta, Gocce di resina, La montagna, Nel legno e nella pietra, Aspro e dolce, Lombra del bastone, Vajont: quelli del dopo, I fantasmi di pietra, Cani, camosci, cuculi (e un corvo), Storia di Neve, Il canto delle manre, La fine del mondo storto (premio Bancarella 2011), La ballata della donna ertana, Come sasso nella corrente, Venti racconti allegri e uno triste, Guida poco che devi bere: manuale a uso dei giovani per imparare a bere, La voce degli uomini freddi (finalista premio Campiello 2014), Una lacrima color turchese, I misteri della montagna, Favola in bianco e nero, La via del sole, e delle raccolte di fiabe Storie del bosco antico, Torneranno le quattro stagioni e Il bosco racconta, tutti editi da Mondadori.Ha pubblicato inoltre La casa dei sette ponti (Feltrinelli, 2012), Confessioni ultime (Chiarelettere, 2013), Quasi niente (con Luigi Maieron, Chiarelettere, 2016).
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Questa  unopera di fantasia.
Qualsiasi analogia o coincidenza con personaggi esistiti o esistenti e fatti veramente accaduti o in procinto di accadere  da considerarsi fortita e non intenzionale.
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Indice di questa parte.
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CAPITOLO 1. La baita.
CAPITOLO 2. I genitori.
CAPITOLO 3. Le mie passioni.
CAPITOLO 4. I miei amici.
CAPITOLO 5. Col piccone alzato.
CAPITOLO 6. Il pivasn.
CAPITOLO 7. Il colpo.
CAPITOLO 8. La cerva.
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FINE Indice.
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Da oriente, la luce del primo mattino pioveva come una polvere doro a carezzare il silenzio di quelle rovine. Un secolo e mezzo prima, tra quei muri batteva il cuore dei dimenticati. Anime dissolte nel nulla. Chi erano? Comerano scomparsi? Che fine avevano fatto?
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Con quello che  stato.
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Con quello che resta.
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CAPITOLO 1. La baita.
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Passavo davanti alla baita fin da bambino, quando andavo a caccia con mio padre.
Io non avrei voluto alzarmi nel cuore delle notti e marciare mezzo addormentato lungo i fianchi delle montagne.Ma mio padre voleva cos.
Quel posto allinizio non mi piaceva. Poi, un po per volta, mi cattur costringendomi a stare l. E non sapevo perch.La baita portava addosso un cappotto misterioso e inquietante, fatto di boschi e silenzi. Qualcosa che impauriva e allo stesso tempo attirava. A me succedeva questo, non so a mio padre. So che si fermava anche lui.
Pure allora, avevo dieci, dodici anni, della baita restavano solo muri in rovina e la selva che mangiava pietre e silenzio.Fermi davanti alle pietre ed al muschio, ogni tanto gli chiedevo se ricordava qualcuno dei vecchi abitatori della baita romita. Ogni volta bofonchiava di no. Ma, prima di rispondere, mi guardava come se volesse mangiarmi. Non rivelava mai quello che pensava. Era difficile si lasciasse andare.Le rare volte che parlava, non confessava quello che aveva dentro. Mio padre era fatto cos, forse aveva qualcosa da nascondere, un brutto segreto che lo torturava. O forse era una carogna. Credo la seconda. Un giorno, mentre camminavo accanto alla sua ombra, mi intim di non chiedergli pi niente riguardo ai ruderi. Era stufo di sentir sempre la stessa solfa. Cos disse: sempre la stessa solfa. Allora non tornai pi sullargomento.
Eppure la baita continu a esercitare su di me un misterioso potere. Tanto che, a un certo punto della mia vita, avevo comprato il rudere da un vecchio scontroso e di poche parole, ultimo erede di quei misteriosi muri. Non parlava mai, forse per non tradirsi. O perch voleva tacere. Gli capit di ereditarlo dopo una lunga ricerca di parentele da parte del comune. Ma, dopo quel che  successo, mi vien da supporre che tutto stava gi scritto. Il vecchio sembrava un barbagianni e negli occhi non lo guardavi. Lontano parente dei dimenticati, ultimi abitanti della baita, ne divent padrone suo malgrado. Ma non era per niente interessato. I molti anni sulla schiena e le gambe malferme non gli permettevano di salire lass. Ma credo nemmeno gli interessasse. A malapena intuiva dove poteva trovarsi quella tana di fantasmi.Se gliene parlavo, faceva un cenno con la mano come a scacciare la mosca fastidiosa dei ricordi.
Volevo sistemare quella baita malandata in alta montagna per crearmi un posto dove morire in pace. Avevo voglia di mollare tutto e star distante dal mio prossimo. Dellantica dimora erano rimasti quattro muri e legname sepolto dal tempo. Da centocinquantanni dormiva in un letargo di silenzio e rovina. Il bosco laveva ingoiata completamente.Le era saltato addosso stuprandola dal tetto e da allora la teneva stretta dentro un cappotto verde. Destate era cos.Labbraccio mutava a seconda delle stagioni. Dautunno diventava un fuoco di colori mobili, la baita ardeva di foglie accese. Dinverno la strangolavano scheletri dalberi e ossa disseccate di rami stanchi. In quel periodo i muri calcinati riapparivano, un ciuffolotto montava la guardia. Poi veniva la neve e copriva tutto, il silenzio cadeva tra i fiocchi, la malinconia diventava solida come il ghiaccio alla vicina fonte. A primavera labbraccio si ammorbidiva, sulle gemme lucevano gocce come lacrime di gioia. Spuntavano le prime foglie, singrandivano. I ruderi usciti dal disgelo sparivano sepolti di nuovo. Il tempo andava e tornava senza fretta, come lacqua di un torrente. Al fiato delle stagioni, le cose si ritiravano e rispuntavano come le corna delle lumache al minimo contatto. La baita solitaria sbiadiva nella memoria, ingoiata dalleterno ritmo dei secoli. Subiva in silenzio i mutamenti e il suo mistero non la faceva notare.Era pi il tempo che stava sepolta che quello allaperto.
E forse  meglio cos. Nascondersi per non rivelare la decadenza.Labbandono occulta le macerie, loblio annulla i fatti, il tempo dimentica la morte.
La facciata a meridione resisteva impavida, aveva porte e finestre con imposte di bosco: faggi e carpini. Al centro il grande acero, che dautunno ardeva rossigno come una fiamma in mezzo al focolare. Gli aceri non diventano grossi.Quello s. Era nutrito dai ricordi, li succhiava dal centro della baita; il fulcro di quel che era stato. Per tenerlo a memoria.Una casa misteriosa, nel suo cuore un albero, perch di lei rimaneva poco. Con lalbero in centro e i muri attorno era diventata un vaso di fiori. Una parete alta quattro metri divideva la stalla da uno spazio che forse fu la cucina.Reggeva il tempo ancora in buono stato. Sopportava il peso degli anni impavida, ritta come una sentinella dimenticata.In cima faceva il nido un codirosso. Nessuno lo disturbava.Il muro di sassi e calce appariva qua e l scrostato, essiccato dal sole, ingrigito dagli inverni. Si trattava di una parete piuttosto spessa, con una fascia di muschio alla base che la stringeva come un cappio. Il resto era bosco, sterpaglie e mistero. Sulle creste rocciose verso occidente saffacciava un picco adunco che guardava gi. Pareva un becco daquila, un rostro acuminato pronto a strappare brandelli di carne alla montagna. E a chi passava sotto. Alle spalle dei ruderi, alte nel cielo, svettavano rocce affilate come coltelli.Le nuvole che toccavano quelle punte aguzze si sgonfiavano come mongolfiere lacerate. Da oriente, la luce del primo mattino pioveva come una polvere doro a carezzare il silenzio di quelle rovine. Un secolo e mezzo prima, tra quei muri batteva il cuore dei dimenticati. Anime dissolte nel nulla. Chi erano? Comerano scomparsi? Che fine avevano fatto?
Tra le macerie, affioranti da cumuli di pietrisco, qua e l spuntavano mozziconi di legname, travi, assi e pali che pensavo marciti dal tempo, quindi inutilizzabili. Quando provai a spaccarli con la scure, mostrarono un corpo di ghisa.Erano sani e compatti come il giorno di messa in opera. I cerchi degli anni vicinissimi, sottili come capelli biondi. Di sicuro tagliati in luna calante di novembre. Il loro interno, rosso sangue, rivelava il colore dei larici cresciuti a stento su terreno magro e sassoso, avaro di sostanza e affetto. La fame li aveva compattati, la fatica di crescere sul niente li aveva resi ossuti e tenaci. Non ce n molti di quei larici in circolazione. E quelli che ci sono si nascondono bene. Ma i boscaioli sapevano stanarli.
Mentre mi accingo a narrare questa storia quellacero ha cinquantanni in pi di quando passavo da bambino. Ma non  ingrossato molto, da allora. Ormai  vecchio, non mette pi carne addosso. Gli rimangono i vestiti colorati dellautunno e la malinconia dei ricordi. In quella casa il focolare non ardeva pi da molto tempo. Nonostante ci, attorno ai muri in rovina, pi che da ogni parte, si radunavano gli uccelli a cantare. Come se in quel posto trovassero pi fiato. O volessero portare allegria alla baita abbandonata.Questo non lo so. So che l era sempre una cascata di trilli e gorgheggi che arricciavano laria. Dinverno, quando tutto dormiva sotto la neve, i ciuffolotti montavano sulle cime dei pini a lanciare i loro pit a un cielo di pietra. Volevano scalfirlo, aprire una fessura per vederlo ridere un poco. Ma quello rimaneva compatto e impassibile ed i pit rimbalzavano come pallini dentro una boccia di cristallo. I vecchi pini si sollevavano sulle punte dei piedi per spingere i loro amici in alto, pi vicini a quel cielo imbronciato, pronto a buttare neve. Non succedeva nulla. I ciuffolotti, uccelli di solitudini invernali, seguitavano a mandare malinconici pit alla caldera di cielo cagliato. Un cielo bianco e immobile, invisibile come se fosse scomparso.
Quante volte sono andato alla baita dinverno! Spesso la trovavo completamente sepolta. Cera solo una gobba di neve che ne rivelava la presenza di sotto. Nientaltro. Allora il mistero si faceva profondo come il bianco che copriva tutto. Da quel silenzio abbandonato nel sonno, pareva ogni tanto balzare la voce degli scomparsi e chiedere udienza. Quel sussurro voleva raccontare una storia, la loro storia. Si trattava di sensazioni, miraggi dellanima, poich tutto rimaneva muto.Tranne il monotono pit dei ciuffolotti e qualche cascata che scoppiava con rumore di vetri infranti, non si udiva altro.
Ma non sempre la voce taceva. Negli assolati meriggi destate, dentro la vampa dafa che arrostiva le foglie, la natura boccheggiava. I boschi stavano fermi, imbalsamati dallaria rovente. A volte, in quei momenti di mistero sospeso, avevo davvero limpressione che dai ruderi balzasse un urlo di dolore. Era come se il silenzio solenne del mezzod collaborasse a torturare qualcuno. Qualcuno, sepolto sotto quelle pietre, mandava una voce a forare la tomba di macerie e calcinacci disseccati. Veniva alla luce. Di solito non temo i messaggi della montagna anche se alcuni sono inquietanti. Ma in quei momenti, lo confesso, mi assaliva una certa paura.Cerano davvero quelle grida? O erano suggestioni indotte dal luogo e dal momento? Non lo sapevo. Allora mi allontanavo dai ruderi parlando a voce alta e mettendomi a imprecare.
A quel punto era come se le voci ricevessero uno
schiaffo, uno spintone a farle retrocedere. La mia reazione, eccessiva e arrogante, rovesciava il tavolo del silenzio e un attimo dopo tutto rientrava nella norma. La natura riprendeva il suo volto solitario e tranquillo.
Una volta, era il mese di luglio, stavo seduto davanti la baita. Sudavo e non avevo da bere. Durante il giorno un sole di braci ardenti aveva reso calce i sassi. Ma per fortuna ora stava voltando a dormire. Quel giorno l il sole lo sentivo un nemico. Sulla punta della roccia a becco daquila, faceva cra un corvo imperiale. Laria cadeva dalla mia parte ed il verso mi piombava addosso come rovesciato da un secchio.O forse era uno spirito maligno a soffiarmelo nelle orecchie.A ogni modo veniva gi quel cra e io non ero tranquillo. Il sole stava girando dietro il monte di Pietra Forata e non faceva pi quel caldo. Lastro andava a dormire e rendeva oro tutto ci che toccava. Boschi e rocce e prati diventarono lucenti come se avesse appena piovuto. Pareva di non stare sulla terra tanto brillava quel lucore acceso.
Laria dorata divent fresca, mi sfiorava con le sue carezze, asciugandomi il volto. Anche i sassi della baita, nella giravolta del sole, erano diventati oro. Tutto quel bagliore dur il tempo del tramonto. Dopo qualche minuto lastro scomparve, il mondo sbadigli e si spense. Loro ossidato dallombra divent opaco e un grigiore diffuso si impadron della radura. Ma pi in alto, dove iniziava il cielo, i picchi affilati e il becco daquila ardevano come torce. E quando si spensero anche loro il vento della sera inizi a calare dai monti e portare folate di ricordi. Guardai la punta rocciosa del becco. Vidi il corvo stagliarsi nel cielo che imbruniva.Come se si fosse accorto che lo spiavo, luccello salz in uno zampillo nero e fu in volo. Pensai che se ne andasse al suo destino, invece veniva verso il mio. Cal quasi a piombo, le ali strette come un ombrello chiuso. Faticavo a stargli dietro con gli occhi. Credetti si schiantasse tra i faggi, invece le apr in tempo per frenare. Mi arriv sul viso la carezza dellaria scossa. Il corvo sartigli al culmine della baita, dove finiva la parete pi alta. Inizi a guardarmi. E da quel guardare part la mia disgrazia. Il corvo mi fissava coi suoi occhi di mirtillo come a volermi cancellare. O trasformare in topo per divorarmi e poi sputare il bolo. Lo fissavo anchio. Senza muovermi, per paura che si levasse. Il suo sguardo fermo e risoluto mi faceva pensare. Avevo limpressione che dietro quegli occhi, sotto quelle penne scure come inchiostro, si celasse un essere umano. Qualcuno che mi conosceva.Ho visto altri corvi nella vita. Tanti corvi imperiali mi hanno accompagnato per le montagne tracciando curve nel cielo. Ma nessuno mi ha mai impressionato come quello.
A un certo punto, non ne potei pi dellassurda sfida e persi la pazienza. Era strano che un imperiale sostasse cos vicino a un uomo e per tanto tempo. E per di pi lo fissasse senza paura. Raccolsi un sasso e stavo per tirarglielo, ma il braccio si blocc. Non ebbi coraggio. Il corvo rimaneva impassibile, fermo sul muro come una statua di carbone. Seguitava a guardarmi e quel guardare era una sfida. Provaci pareva dire. Allora lasciai cadere il sasso come un gesto di scusa. Dal corvo sentivo provenire una minaccia, scorgevo nei suoi occhi il disprezzo per il genere umano. Cos almeno mi pareva. Decisi di aver pazienza per vedere quanto sarebbe rimasto sul suo trespolo di pietra. Prima o dopo doveva levarsi da l, se non voleva crepare di fame in cima al muro.Venne la notte a coprire il mondo col suo mantello nero.
Il vento delle montagne cal a muovere i cespugli in fiore.
Le sterpaglie secche che invadevano la baita scricchiolarono come a stiracchiare le fragili ossa. Erbacce e paglie tremarono tenendosi per mano. Tutto intorno le cime degli abeti ronzarono come api in volo. Il nero corvo si fuse nel buio della notte e pi non seppi se stava ancora lass. Forse era partito, ma non avendo udito alcun fruscio, rimasi incerto.I corvi fanno rumore a levarsi, si sente laria sbuffare, non sono i rapaci notturni che volano senza suono. Allo scopo di sincerarmi, accesi la pila che ogni camminatore di montagna deve tenere nel sacco. La puntai dove pi o meno si era posato. Era l. Per un attimo mi sembr senza becco.Stava sempre ritto, immobile e nero come un tizzone spento.Non si spostava di un millimetro. Se qualcosa di lui si mosse furono le piume arruffate dallaria della notte. Pensai che la torcia lo irritasse, perci insistetti a tenergliela puntata.Ma lui niente, non faceva una piega. Il cono giallo che lo investiva in pieno come una valanga di luce lo annientava.Forse per questo mi pareva senza becco. Ma a lui tutto quel bagliore sembrava non fare n caldo n freddo. Mi venne listinto di tagliare un bastone e pungolarlo da sotto per vedere la reazione. Poi lasciai perdere, che diritto avevo dinfastidirlo? Se gli garbava restare sul muro restasse sul muro; affari suoi.
In realt il motivo per cui non lo stuzzicai era un altro. Temevo volasse via e io volevo che rimanesse. Per curiosit, per capire, vedere quel che avrebbe fatto. Il suo era un modo strano di comportarsi, inusuale, per molti versi incredibile. I corvi non si comportano a quel modo. Men che meno gli imperiali.Se proprio vogliamo essere precisi, nessun uccello ha tali abitudini.Stare immobili su un muro, per lungo tempo, vicino a un essere umano, proprio non esiste. A meno che non sia la cevitta. Quella s che sta sui tetti delle case al buio. E canta.E la gente ha paura, crede che chiami il morto. Allora quando pu la uccide. E c anche il pivasn. Il pivasn sapposta di notte sui muri delle baite per infilzare i ghiri col becco. Ha un becco lungo e sottile come uno spillo dacciaio. E succhia il sangue con quellosso acuminato. Quando sugge fa dei lamenti come se avesse un orgasmo o provasse un torvo piacere.Chi lo sente ha paura. Per via di quei lamenti. Lo spietato pivasn trafigge i ghiri anche se non ha fame. Solo per il gusto di sentire sangue. O forse per emettere quel mostruoso pigolio che gli d piacere. Chiss. Sta di fatto che a sentirlo vengono brividi alla schiena.  come se dentro quelluccellaccio dimorasse un umano. Un essere malvagio nascosto nel corpo del pivasn per sfuggire alla giustizia. O alla vendetta di qualcuno.  un uccello che si nutre di sangue. Quando i ghiri vanno in letargo, succhia i poveri ciuffolotti mentre dormono sul ramo. Ha occhi di tenebra, neri come limperiale ma pi cattivi.  difficile guardare gli occhi del pivasn. La luce ne sa qualcosa. Cupe leggende avvertono che se vola di giorno il cielo si oscura, il sole si spegne. Come se una mano girasse linterruttore. Gli scienziati chiamano questo fenomeno eclissi, ma la gente di lass dice che ha volato il pivasn.Ed  certa di quello che dice. Questa  la verit. Se qualcuno lo vede volare di giorno non vive a lungo. Come quelli che uccidono il camoscio bianco. Neanche loro vanno lontano.Crepano entro lanno. Cos succede.
Una volta mi fermai alla casa di un vecchio che mi cont una storia. Un suo parente, Pilo dal Crist, aveva visto il pivasn volare di giorno. Non dur neanche un mese. Precipit dal monte Palazza mentre falciava il bordo. Trovarono solo losso di una gamba. Qualcuno dice che fu la strega Melissa a condannarlo ma questa  unaltra faccenda. Ora bisogna che torni al corvo, il pivasn viene dopo. Ma si far vivo ancora. In questa storia che solo a pensarla mi tremano le gambe, il pivasn ci gira intorno.
Quella sera era sereno, la luna pareva una moneta di oro puro. Le stelle, uscite a spiare la valle, ardevano come braci quando ci si soffia sopra. Potevo andare a casa con laiuto della luna o illuminando il percorso con la pila, ma qualcosa mi diceva di restare lass. Decisi di dormire sotto un abete bianco nei pressi della baita. Era luglio, non faceva freddo e cera quella notte di stelle e di luna. E quel corvo. Ma, devo dire, dentro una notte cos sarei rimasto anche senza di lui.
Mi sistemai sotto lalbero che spioveva i suoi rami a protezione, era come avere un ombrello sulla testa. Spezzai un po di frasche a uso giaciglio e mi ci coricai. Intanto era venuta la luna sopra il bosco a cercare le cose perdute. Tonda e lucente come rare volte appare, sembrava pi grossa del solito.E pi vicina. Ma forse erano solo impressioni. Sta di fatto che mi pareva cadesse gi, a fracassare i rami dellabete e saltarmi addosso. Non riuscivo a prendere sonno. Ero inquieto, nervoso e per darmi coraggio bestemmiavo. Non so per quale ragione ma bestemmiavo. Sentivo la paura mordermi lanima. Allora mi alzavo, accendevo la pila e andavo a vedere se cera il corvo. Stava lass, fermo nella medesima posizione, come imbalsamato. Stentavo a credere che fosse vivo. Non era possibile, mi pareva ancora senza becco.Eppure era cos. Per tre volte andai a illuminarlo. Poi mi addormentai.Dormii forse due o tre ore. Mi svegli un lamento, come se qualcuno tribolasse. Guardai la luna. Era andata assai pi avanti. Seguiva gli avvenimenti di una notte strana, fatta di ombre e misteri. Testimone silenziosa delle cose, notte dopo notte, dalla creazione del mondo la luna osserva e tace. I lamenti continuavano. Pensai al pivasn, ai suoi orgasmi nel succhiare sangue. Subito mi accorsi che non poteva essere lui, i lamenti erano troppo forti. Ascoltai meglio.In quella notte di luna piena, tutto si era fermato. Anche laria che respiravo stava immobile come una pietra morta. Mi mancava il fiato. Non mi ero mai imbattuto in situazioni simili.Mi pareva di essere circondato da occhi invisibili.
Alte nel cielo, alcune nuvole sbrindellate e fosche stavano ferme come giacche appese. Muti anche i rapaci notturni.Ebbi paura. Era come se qualcuno avesse bloccato i rumori del bosco per far sentire soltanto il pivasn. Ma non era lui a piangere. I lamenti venivano dalla baita ed erano strazianti.Non poteva essere il pivasn. Pi facile un capriolo ferito, un cane disperso, caduto dal sentiero a picco. Poteva essere tutto, tranne lorrendo pivasn. A ogni modo mi levai dal giaciglio, accesi la pila e andai a vedere. Quei versi facevano venire la pelle doca e uscivano dai muri della baita. Mi avvicinai timoroso. Se dentro stava accucciato un animale ferito poteva balzarmi addosso per paura. E mordermi. In quel periodo vagavano volpi con la rabbia, non cera da scherzare. Riflettei che anche gli uomini vagano per il mondo pieni di rabbia.
Giunto sul vuoto della porta, cacciai dentro la pila. Ispezionai di qua e di l. Niente. Non cera nessun animale. A quel punto mi venne in mente il corvo. Diressi la luce verso di lui, giusto per fare qualcosa, convinto di non vederlo pi.Invece, il maledetto tizzone era ancora l, spento e immobile come una statua. E non gli vedevo il becco. Anche lui ascoltava i lamenti? Chi pu saperlo. Monto sul muro e lo prendo a calci dissi forte, dovr levarsi per forza da l. Rinunciai.Per la seconda volta non trovai il coraggio di agire. Quel corvaccio mi faceva paura. Temevo che a maltrattarlo potesse capitarmi qualcosa, una maledizione che avrebbe reso difficili i giorni e le notti. A un certo punto pensai addirittura che fosse morto e gli puntai di nuovo la pila addosso. Come se avesse letto il mio dubbio, per smentirmi gir la testa verso il basso. Non era morto. E non aveva il becco. Allora mi concentrai di nuovo sui lamenti che ogni tanto balzavano improvvisi nella notte. Poco prima ero certo provenissero dalla baita, ora volteggiavano nellaria.
Laria immobile come un foglio di lamiera veniva percossa da gemiti e sussurri. Sembravano voci. Voci di donne che si lamentavano. Prima forte, poi sommessamente, come fossero in fin di vita. Quel dolore invisibile di anime piangenti and avanti ancora un poco, poi laria torn a circolare ed i lamenti cessarono. A quel punto, un direttore dorchestra misterioso alz la bacchetta e dette il via. Gli uccelli notturni attaccarono a cantare tutti insieme. Le volpi abbaiarono imitate dai caprioli e la natura riprese vita. Confesso che mi sentii meglio.Quei suoni conosciuti ebbero il potere di risollevarmi, ridarmi animo. Desiderai stendermi sotto lalbero e riposare.Ero piuttosto scosso. Pi di una volta, durante i lamenti, mera venuta voglia di scappare. Ma, come ho detto, una forza misteriosa mi costringeva a stare l a sentire. Ora ero stanco e quando il bosco torn a cantare, decisi di buttarmi sulle frasche, protetto dal grande abete. Ma prima volli ispezionare ancora una volta il corvo. Ormai mi si era fissato in testa.Alzai la pila. Era sempre al suo posto. Lo mandai a quel paese con tante maledizioni, tornai indietro e minfilai sotto lalbero.Deciso ad aspettare lalba per ragionare meglio, rotolai sul giaciglio, il viso rivolto ai rami, le mani sotto la testa.Volevo convincermi che quanto visto e udito erano soltanto illusioni degli occhi e delle orecchie. Invece non fu cos. Quella notte mi  rimasta nella memoria. E ci che successe dopo mi rester anche nella vita morta. Quella notte cominci tutto.E fin la mia pace.
Fu proprio dopo quella notte infernale che decisi di acquistare i ruderi della baita, e di farne il mio rifugio. Prima di iniziare i lavori di demolizione andai allufficio del catasto di tre comuni ma in nessun foglio mappale risultava registrata.Eppure il vecchio che me la vendette laveva avuta in eredit, anche se in forma soltanto verbale. Fu il sindaco del paese a sbrigare la faccenda. Andai da lui a chiedere spiegazioni. Rispose che erano risaliti al vecchio consultando alcune carte darchivio di cento e passa anni prima.Avevano tirato un po a indovinare, disse. Concluse che non era detto fosse lui lerede ma altri non ne sortivano e ormai la cosa era finita e non intendeva tornarci sopra. Poi mi guard quasi scocciato e disse: Ma a te che te ne frega di quella gente? Ormai la casa  tua, che diavolo vai a cercare?Lascia perdere, non buttare via tempo. Gli domandai se potevo dare unocchiata a quelle carte di cento anni prima. Fu a quel punto che ricevetti il colpo di grazia. Disse che le avevano mandate al macero assieme a un altro mezzo quintale di scartoffie, e che per lui la questione finiva l, non intendeva dare altre spiegazioni. A quel punto, ci misi una pietra sopra. Ma quella pietra venne frantumata dalla mazza del destino e spazzata via.
Era un giorno di maggio, forse il sette, quando alzai il piccone.
Dovevo abbattere la parete interna della baita per il restauro. Non immaginavo che quel colpo mi avrebbe cambiato la vita.
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CAPITOLO 2. I genitori.
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Quando passavo da l con mio padre ero ancora bambino, e non ricordo fatti strani capitati alla baita. E mio padre non mi ha mai detto niente di qualcosa che gli sia capitato lass.Da quella bocca non usciva verbo. Se vedeva qualcuno fare una strage e gli chiedevi cosera successo, rispondeva che non sapeva niente. Se insistevi a dirgli che non poteva essere alloscuro visto che era testimone, diceva che lui non si trovava in quel luogo. Sar stato un altro ribadiva, non io. Se continuavi, potevano capitare rogne.
Sapevo per esperienza che, dopo il primo avviso, se insistevi passava alle maniere forti. Guai a ostinarsi sulle cose, con quello. Le sue maniere forti erano forti davvero. Una volta lo tormentavo su un fatto in cui secondo lui non dovevo impicciarmi. Aveva ucciso una femmina di camoscio e io chiedevo perch avesse ucciso quella povera femmina.I veri cacciatori certe cose non le fanno. Alla terza richiesta si sfil la cinghia dei pantaloni e mi dette una decina di cinghiate sulle gambe nude, essendo io in pantaloni corti.Adesso lo sai disse, rinfilandosi la cinghia. Mi restarono segni per un mese ed uno, il pi fondo di tutti, lo porto ancora oggi che ho sessantacinque anni.
Nemmeno sotto tortura mio padre parlava. Non cedeva a costo di prendere lergastolo. Quante volte avrei voluto essere come lui o almeno assomigliargli un poco. Ma io non sono cos. A me piace parlare, sfogarmi. In questo modo aiuto la mia anima ad uscire dallinferno in cui si trova.
Devo specificare che allinferno ci sono andato subito, appena fuori dalla pancia di mia madre. Una troia. Mia madre mi ha gettato fuori come uno sputo lanciato per terra.Mi trovo allinferno non per la storia che mi accingo a raccontare.Sono tante le storie che mi hanno portato eterno dolore. Questa qui  la peggiore, ma parecchie ce ne sono.Se non cos infami, ci stanno vicine. Mi accorgo per che la tiro lunga, sto andando fuori strada, parlo di altre disgrazie.Ecco perch vorrei essere come mio padre. Diceva solo quello che serviva. Che serviva a lui. Ma io, come ho detto, non sono come lui. Credo di non essere nemmeno suo figlio.Mia madre  andata con qualcun altro, di sicuro. A farsi montare. Ecco perch mi abbandon ancora piccolo. Son vissuto coi miei nonni e due fratelli. Siamo stati allevati da loro, latte di capra e polenta. E poi selvaggina.
Di mio padre non ho buoni ricordi. Era un bastardo. Di mia madre neanche, ho bei ricordi. Era una troia. A modo mio un po di bene glielo volevo lo stesso. A tutti e due.Ma questo non cambia nulla, erano quello che erano. Per quando li ho visti sul letto di morte, a distanza di cinque anni luno dallaltro, mi  venuto da piangere. E ho pianto.Finalmente. Quando era vivo lui, non si poteva. Diceva che piangono i buoni a nulla e i vigliacchi. Da piccolo quindi non potevo piangere. Almeno di fronte a lui. E nemmeno da grande. Mia mamma, quando mor, era pi solo le ossa. Entrambi sono spirati nel sonno. Avevano ottantasette anni. Se esiste Dio poteva farli tribolare un poco. Invece niente. Sono morti cos, addormentati la sera come bimbi dopo il latte. E mai pi risvegliati. Lui cinque anni prima di lei. Crepano sempre prima i mariti. A me non mi han lasciato niente, solo brutti ricordi e dolore. Erano grezzi, ignoranti e cattivi. Per, se devo dire la verit, quando li ho visti morti, mi sembravano di colpo diventati buoni. Ma non intelligenti.La morte rasserena, non istruisce. Mi hanno fatto tanta pena. Per questo ho pianto. Mia mamma aveva gli occhi chiusi e mi guardava. Mi guardava con gli spigoli appuntiti degli zigomi. Erano quelli adesso i suoi occhi, due ossi limati di magrezza che facevano male. Gli altri, quelli veri non cerano pi. Erano caduti in fondo alle orbite come sassi in fondo a un pozzo. Pareva fossero penetrati nella testa piano piano, strisciando come vermi dentro una mela marcia. Forse non volevano pi guardare il mondo o vedere il cielo. Provai a sollevarla, non pesava niente. Prima di andarmene la guardai ancora una volta. Povera donna! Mi sembr impossibile che un tempo fosse stata bella. Eppure dicevano che lo fosse. E mi pare anche impossibile che mi avesse partorito. Invece ero venuto fuori dalla sua pancia.La vecchiaia  una roba schifosa. Dissi a mio fratello di farla bruciare, almeno ci rimaneva un secchio di cenere purificata.Non sopportavo quelle ossa sporgenti e quella pelle che cadeva dappertutto. Invece la fece mettere nella terra e adesso se la sono mangiata i vermi.
I miei fratelli e io non siamo stati concepiti con amore. Siamo accaduti per sbaglio, inciampi di percorso, fastidi della gola sputati per terra e lasciati l, che qualcuno li calpesti.E ci hanno calpestato. E per bene. Adesso sono rimasto solo, i miei fratelli han finito di patire. Tutti e due. Uno beveva e quando beveva diventava cattivo, impiantava baruffe con tutti. Alla fine si  impiccato. Pochi hanno pianto per lui. Molti erano soddisfatti. Aveva cinquantotto anni. Laltro ne aveva sessanta quando lo trovarono sotto il ponte della messa. Dicono che sia caduto scivolando. Invece io so che s buttato. Me lo diceva sempre: Non ce la faccio pi, sono stanco, mi fa paura il sole, la cosa pi bella che c.Lui non beveva ma non  contato niente. Forse, se avesse bevuto, avrebbe dimenticato i brutti pensieri che lo colpivano.Ma avrebbe dovuto bere giorno e notte, per sempre.Invece ha preferito chiudere, come laltro. E dico la verit, dopo quel che ho scoperto, anchio qualche volta vorrei farla finita. Non c due senza tre, direbbero i paesani.
Dovessi un giorno ammazzarmi, la gente ne avrebbe di commenti da fare. La gente parla sempre con altri degli altri.Se vuoi sapere qualcosa di te, chiedi agli altri. Ora che conosco le voci della baita, penso alla maledizione piombataci addosso. Ecco perch i miei fratelli avevano una brutta faccia. Facce maledette, occhi da paura. Io che mi vedo allo specchio, non credo di avere quella faccia. Per le persone mi guardano solo di sfuggita. E se mi fissano un attimo voltano il muso dallaltra parte. Pu darsi allora che ce labbia anchio quella brutta faccia. A ogni modo, se ce lho, me la tengo. Per di sicuro mi  venuta dopo. Dopo aver conosciuto la storia che sto per dirvi. Prima, forse, lavevo normale.Non bella, ma sempre una faccia guardabile, invece adesso non pi. Adesso tutto  precipitato allinferno e laggi urlano i morti e disfano le facce dei vivi. Non so pi chi sono, n cosa voglio, n cosa valgo. E nemmeno cosa faccio.Al punto in cui mi trovo potrei benissimo saltare dallaltra parte della vita. Osservo il mondo intorno a me come da lontano e ci che vedo  come se non mi appartenesse pi.
Ho sbagliato tutto, lo so. Se non proprio tutto, molto di sicuro. Ma non mi accorgevo, ero convinto di far bene.Maledetta la curiosit. La curiosit rovina. La terra e gli uomini che ci stanno sopra. Il tempo della vita dovrebbe diventare il pi possibile un insieme di esattezze. Allora, se uno sbaglia, deve dire non trovo esatto anzich dire non  giusto. E poi dare la colpa agli altri. Io non sono mai stato esatto. Semmai piuttosto stupido. Per, siccome non dipende tutto da noi, ma dal destino che ci colpisce, quando siamo bastonati viene spontaneo dire non  giusto. E io in questo momento non trovo giusto niente, nemmeno essere uscito dalla pancia di mia madre.
Beveva, mia mamma. E credo mi abbia bruciato dentro lutero pieno di alcol. Per questo sono brutto e poco sveglio.Non bisognerebbe dare la vita ai bambini quando si beve.
Anche mio padre beveva cos. Ho ricevuto doppio danno.Maledetti bastardi! Doppiamente maledetti, allora. Se quella troia di mia madre mi soffocava appena nato sarebbe stato meglio per me. Ma non  pensando una cosa o quellaltra che si cambia il destino. Coi se e i ma non si cambia niente. Qui si tratta di decidere se restare ancora al mondo o tagliare il ponte e levare il disturbo. Come hanno scelto i miei fratelli, per essere chiari. Questo sarebbe da fare, non chiacchiere. E mi sa tanto che decider come loro. Ma prima ho da parlare, dire quel che  venuto fuori da quella maledetta baita, da quei muri fatti con malta impastata nel sangue.Ci ho messo pi di trentanni a scoprire la chiave di tutto.Trentanni di ricerche, paure, dolore e morte. Ho perso la salute del corpo e della testa. La mia anima  sprofondata.Ma mi accorgo che la sto tirando lunga, ancora non so decidermi a rovesciare quellinfame mastello di acqua marcia.Sento odore di putrefazione quando penso a quel mastello e mi vengono i brividi. Oggi non trovo ancora coraggio per fare questo passo. E cos, con in mano un pezzo di lapis e un quaderno, ci sto girando intorno come il vento gira intorno al bosco. Ho la testa che mi arde. Ma giuro davanti a Dio che non manca molto a decidermi. Devo solo capire se faccio bene o no. Comunque sia, credo che dire quel che  successo, raccontare la verit, sia mio dovere. Dire la verit  dovere di tutti ma pochi lo fanno. Io ci provo ma in questo caso, quando ci provo, il lapis mi cade di mano. Non dormo pi. Ogni notte mi vedo l, alla baita, quel giorno infame di maggio, col piccone alzato, che sto per dare il colpo allintercapedine e sventrarla. Era fatta di sassi piccoli, calce e sabbia scavata e setacciata chiss dove, nel fianco duro della montagna. Un colpo che mi avrebbe strappato le budella amare dellesistenza. Nella realt quel colpo lho dato pi di trentanni orsono ma sulla carta no. Sulla carta sto ancora con la matita in mano e il quaderno pieno di cose che fan le giravolte. Ma il piccone rimane alzato. Se lo mando gi viene fuori la fine del mondo.
Se solo avessi immaginato un millesimo di quel che ho saputo, avrei mollato il piccone e sarei fuggito in Patagonia a fare il pastore. A questo punto per specifico quanto segue. Per tutta la vita, fin da piccolo, sentivo che qualcosa si stava accumulando per poi scoppiare alla fine. Ho sempre avuto la sensazione che, giorno dopo giorno, anno dopo anno, nubi nere e pesanti, minacciose come belve in agguato, si addensassero sopra il mio sentiero. Per tirarla corta, mi aspettavo prima o dopo che scoppiasse un temporale di fuoco e grandine di dolore e morte. Pensavo pi che altro a brutte malattie, un tumore mortale o, peggio ancora, linciampo dellictus che mi avrebbe inchiodato per sempre a una sedia. Insomma, robe cos. Invece era altro e molto peggio del tumore o dellictus che dovevo temere. Devo dire che disgrazie ce nerano state, per esempio i miei fratelli che sentivano la vita come un fuoco dellinferno e per questo si erano uccisi. E altre cose che non vale la pena ricordare.Ma, viste col senno di poi, anche quelle avevano ragione di esserci. Annunciavano la maledizione di un orrore che nessuno sospettava.
Parto dai miei genitori che purtroppo sono esistiti. Era meglio che non fossero nati perch nascendo han fatto nascere i figli che eravamo noi fratelli, precipitandoci nel dolore eterno.A me i miei genitori non mi hanno fatto una carezza che sia una, soltanto botte ed umiliazioni. Ora so perch. Ma non li giustifico. Il male fatto dal componente di una famiglia, anche secoli addietro, prima o dopo si riversa sui discendenti come un mare di braci roventi. I preti dicono di no ma  cos. Solo lestinzione di quel ceppo, la scomparsa di quella dinastia maledetta porr termine al castigo. E il nostro ceppo sta per estinguersi, della mia famiglia ci son pi solo io, e ormai ho una certa et. Ma, anche se fossi giovane, non metterei al mondo figli sapendo di condannarli al dolore ed alla follia. E alla fine, a una morte disperata. Mai farei questo. Per fortuna mi  andata bene. Ho posto attenzione di non spargere il mio seme nelle pance delle donne. Pareva me la sentissi che non era il caso di fare figli. Comunque non ho avuto molti contatti con le femmine e, senza alcun forse,  stato meglio cos. Qualcuna, devo dire, lho cavalcata, ma non mi vanto. Di quelle robe non  da vantarsi. Ogni volta che finivo di montarle mi veniva voglia di stringergli le mani intorno al collo. Cosera questa mania di strozzarle? Io non lo so, mi veniva cos, spontaneo. O meglio, allora non lo sapevo.Una volta andai davvero vicino a strangolarne una. Ero in un bosco con questa qui molto pi grande di me, che diceva di volermi bene. Si camminava uno dietro laltro verso una casera abbandonata dove, secondo me, potevamo stare tranquilli. Almeno per un po. Non ero mai andato con lei.Pensavo che nemmeno mia mamma mi ha voluto bene, figurarsi quella l. In paese dicevano che la dava a tutti e lei diceva di voler bene a me. A ogni modo non minteressava che mi volesse bene o no, bastava me la mollasse ogni tanto.Non mi sono mai fidato delle donne e mai mi fider e mai mi pentir di questo non fidarmi. Basta guardarle in faccia per scoprire il male che hanno dentro. Bisogna guardare, per, nel momento che gli scappa il controllo degli occhi, altrimenti non si vede niente. Lungo lintera vita, le persone si proteggono conformando lespressione degli occhi alla loro recita. Ma, una o due volte al giorno, non di pi, senza rendersi conto, prdono questo controllo per qualche attimo e allora si pu vedere chi sono. Si tratta di pochissimo tempo, meno di un secondo, ma quanto basta a strappargli la maschera. In quei momenti l, io nelle donne scorgo il male che hanno dentro. C da prender paura. Se non proprio il male, diciamo il calcolo. Calcolano tutto quel che gli conviene.Quel che non gli conviene te lo dicono con gli occhi nella frazione di secondo che questi sfuggono al loro controllo.Senza quello spazio non lo direbbero mai. Secondo me  cos e nemmeno Dio potr farmi cambiare idea.
Comunque, tornando alla casera, andai l con questa donna per passare qualche ora tra le sue gambe. Mi veniva da dire tra le sue braccia ma sarebbe stato falso. E io falso non voglio pi essere. Soprattutto dopo la storia che ho scoperto.Insomma, quel giorno alla baita avevo bevuto un po pi del solito. E quando dico pi del solito vuol dire tanto. Da ragazzo il nonno insegnava che prima di andare con una donna dovevo bere due quarti di bianco. Mi avrebbero infuso coraggio e virilit. Cos diceva. Forse aveva ragione, non lo so. Quel che so  che ne bevevo pi di due, e non solo bianco.Cos, a volte, invece che ottenere pi coraggio e virilit, perdevo anche quel poco che avevo di mio.
Quel giorno alla casera fu cos. Avevo bevuto come ho detto assai, ma siccome reggevo bene, la tipa non si era accorta di niente. Per, quando fu ora di saltarle sopra saltai, ma non fui capace di combinare nulla. Allora lei si mise a ridere, quella vacca, e intanto gridava che come uomo valevo poco. Hai una lumaca diceva appesa sotto il cavallo.E seguitava a ridere cattiva, se la godeva a sfottermi. Io la guardavo. Stava distesa su un lurido pagliericcio, con le gambe aperte come se dovesse partorire. Vedevo quel triangolo di pelo nero come una talpa che le arrivava allombelico.Come uomo non vali niente seguitava a ripetere. Lo racconter a tutte le mie amiche. Intanto rideva. Udivo i cuculi cantare intorno alla baita imitati da una turba di uccelli.Fu in quel momento che tutto si oscur. Non cerano pi i canti e non vidi pi la luce. La presi per il collo con tutte e due le mani e cominciai a stringere. Sentivo la carne molle fondere sotto le dita come fosse burro. Ero deciso a strangolarla quella gallina. Dopo un po che stringevo, i suoi occhi si gonfiarono e il viso cominci a cambiare colore. Ricordo che dicevo: Ridi adesso brutta troia, prendi in giro se ci riesci. Pronunciavo le parole senza gridare, come se fossi pacifico. Infatti ero pacifico e proprio in virt di questa calma sentii che lavrei strozzata sul serio. Ma, a un certo momento, udii di nuovo i cuculi e tornai a vedere la luce. E capii che la stavo uccidendo. Allora mollai la presa. Intanto vidi che aveva girato gli occhi a rovescio e pensai che fosse andata. Invece no. Non era andata. Dopo un po mi accorsi che tornava a respirare. Tir dentro una boccata di fiato che non finiva mai. Di sicuro per riempire i polmoni ormai vuoti. Dopo un altro po di respiri, resuscit del tutto. Pian piano sul viso le torn il colore naturale della salute e poi quello bianco della paura. Quando si fu ripresa abbastanza, voleva andare via anche se le tremavano ancora le gambe.Non saprei dire se per la stretta al collo o per terrore. So che tent pi volte di aprire la porta e filare via. Sta buona le dicevo. Ma lei insisteva, voleva togliersi da l. Forse pensava che lavrei stretta di nuovo, chiss. Sta di fatto che scalpitava per andarsene. Allora tirai fuori la britola, laprii e gliela puntai sulla pancia nuda. A questo punto si convinse a stare l. Volevo riprendermi. Volevo mi passasse leffetto del vino e farle vedere che il mio attrezzo non era una lumaca. Lei cominci a tremare e piagnucolare. Allora la tranquillizzai dicendo che se stava buona non le sarebbe successo niente. A quelle parole si calm. Divent tranquilla che pareva mezza addormentata come una pecora che ha mangiato erba nuova.
Ho sempre odiato le donne, anche quelle che ho avuto.
Sono pi forti degli uomini e se li girano come vogliono. E loro, poveri scemi, a correre dietro disperati a quel triangolo di pelo che hanno tra le gambe. Questo non lo sopporto.Proprio perch ho corso anchio dietro quel pelo, che ha mutato lesistenza in lunga amarezza, non lo sopporto. Adesso la mia vita  una fontana di fiele, disprezzo e odio. Mi dispiace ma  cos. Anzi, non mi dispiace nemmeno. Odio le donne anche perch da piccolo ho visto cose che me le han fatte odiare per sempre. Ma di questo dir pi avanti.
Restammo nella baita pi di tre ore senza pronunciar parola, n lei n io. Intanto stava venendo buio e decisi di fermarmi a dormire. La madama non voleva ma io s. Tra quei muri cera un conto aperto e avevo intenzione di chiuderlo.E lo chiusi. Prima accesi un fuoco nellangolo apposito e poi aspettai. Mentre le fiamme scaldavano la casera, guardavo la donna nuda. Dimprovviso, come se le fiamme mi fossero entrate nella pancia, recuperai quella forza che tre ore prima mi aveva tradito. Subito saldai il conto alla signora che durante la faccenda non pronunci verbo. Solo allinizio bisbigli che potevo andar tranquillo, bambini non ne faceva. Ma io non mi fidai, poteva essere un trucco per vendicarsi, perci al momento giusto feci marcia indietro. Appena finito dissi: Ecco, ridi adesso. Ma lei non rise n parl.Da quando le avevo serrato il collo non diceva pi niente.Mentre la montavo, notai i segni viola delle dita dove avevo stretto e un poco mi dispiacque. Provai a guardarla di nuovo. Vederla stesa sul vecchio pagliericcio dei malgari, con quelle cosce enormi e il culo largo e le tette che cadevano ai lati, mi venne di nuovo limpeto di strangolarla. In quel momento capii che forse ero malato. Lindomani tornammo in paese ognuno per proprio conto. Che sono malato potrei dirlo senza forse ma non lo dico per paura. Paura e vergogna di essere un vigliacco, prepotente coi deboli, umile coi potenti. Dovrei uccidermi ma non ho coraggio.Ogni volta che son andato con donne, a fine coito mi facevano schifo. Non rimanevo oltre nemmeno un minuto o le avrei prese a sberle. Questo mi succedeva. E ancora mi succede, non posso farci niente.
A voler dire tutta la verit, ce n stata una con cui le cose sembravano diverse. Ma non  questo il momento di parlarne.
Lunica soluzione  stare lontano dalle donne, sono la rovina dellumanit. E riproducono umanit per seguitare a rovinarla. Nientaltro che questo. A me le femmine mi piacciono, mi sono sempre piaciute, ma ho difficolt a digerirle. Una volta, prima di scoprire la verit, credevo di sapere perch mi succedeva questo. Da piccolo, avevo s e no dieci, undici anni, forse meno, ho visto mia mamma fare quelle robe con diversi uomini. Mio padre lavorava in bosco e lei se la spassava con quelli del paese. Prima uno e dopo laltro, a seconda dei casi. Se li portava nella camera alta, di fronte la stalla, e io dal fienile vedevo. La prima volta fu per caso, come succede a molte scoperte. Poi mi appostavo di proposito. Ero andato sul fienile a spiare i piccoli del codirosso. In sguito spiavo mia mamma. La vedevo a gambe larghe sul letto, stesa sulla coperta scura che si portava appresso. E luomo di turno sopra di lei che dava colpi e grugniva e lei miagolava come una gatta. Ma pareva che piangesse. E dopo un po abbaiava anche lui qualcosa mentre accelerava i colpi. Poi finiva e si tirava via. Allora vedevo mia mamma ancora con le gambe larghe e le tette una per parte e quella macchia nera di pelo fin sulla pancia.Lavrei uccisa volentieri. Mi ricordo che alcuni uomini finivano presto ma altri la tiravano lunga. E lei sotto sempre a miagolare. Io poi quegli uomini li incontravo per le vie del paese e li riconoscevo, ma ho sempre fatto finta di niente e tirato dritto. Non ce lavevo con loro. Stranamente non li odiavo per il fatto che montavano mia mamma. Odiavo lei che si faceva montare.
Probabilmente fu da allora che iniziai a odiare le donne.
Ma, devo dire, dopo che ho conosciuto la storia che ancora non mi decido a raccontare, posso affermare con certezza che la faccenda  uneredit antica, un lascito maledetto. A ogni modo, tornando a mia mamma, mi accorgevo quando andava coi suoi amanti. Prendeva la coperta. Doveva farlo di giorno, alla sera rientrava mio padre. Quando arrotolava la coperta, facendo finta di niente, uscivo e mi arrampicavo sul fienile. E l, attraverso un buco nel fieno che copriva la finestra, vedevo tutto. Pi tardi ho anche capito perch usava la coperta. Non voleva colassero tracce di uomini sul copriletto.Mio padre non era intelligente ma astuto e poteva accorgersi. Pi volte ho visto qualche amante che, prima di montare sopra mia mamma, le infilava la testa fra le gambe per un bel po. Sembrava se la mangiasse, e lei miagolava anche cos. Mi faceva schifo, una vera troia. Pensavo a mio padre. Non sopportavo che quella fosse sua moglie e mia mamma. Invece era lei. E mio padre nel bosco a tagliare legna per tirarci su. Dopo che la vidi la prima volta, cominciai a risponderle male, a fare lo scontroso e offenderla. Senza dirle che sapevo. Lei mi dava legnate e pugni sulla schiena che met bastavano. Ma io non mi piegavo, la guardavo in faccia senza paura. Pi volte, mentre mi picchiava, ero l per sputarle in faccia la verit. Invece mi trattenevo. Nemmeno ai miei fratelli ho mai detto di questa cosa. Sono morti senza saperla. O forse sapevano e sono morti proprio per questo.Si sono uccisi perch la loro cara mamma era una troia.Chiss. Mi chiedo spesso se faceva la troia anche prima che nascessimo. Se lo faceva, pu darsi che io non sia nemmeno figlio di mio padre. E forse neanche i miei fratelli. Poi mi rassegno e dico: Almeno uno di noi tre sar figlio di nostro padre. O no?. Boh! A questo punto non ha importanza. A questo punto, niente e nessuno ha importanza.
Se si faceva pagare o se la dava per spassarsela io questo non lo so. Penso per che le piacessero gli uomini e allora potrebbe bastare. Pensandoci bene, forse anche i miei fratelli avevano voglia di strangolare donne. Non ho ben chiaro se davvero  cos. So che quando si parlava di donne, facevano gli occhi brutti. Non  detto che qualcuna non sia scomparsa per mano loro. Cerano in paese casi di femmine mai trovate a casa dopo certe notti di festa. Pu benissimo darsi centrassero i miei fratelli in quelle sparizioni. Col sapere ed il ragionamento del dopo, devo pensare che la maledizione ce lavevano addosso anche loro. Ma forse non hanno ucciso nessuno quei due disgraziati. Han fatto fuori se stessi, quello s. Hanno detto: Meglio uccidere noi che qualcun altro. E cos hanno fatto. Per credo che lindole ce lavessero.Specie quello che impiantava baruffe con tutti. Nostro padre era un uomo violento e feroce.  facile che abbiamo preso da lui. Non so se per quella antica maledizione o per natura. A ogni modo, che sia per luna o per laltra, o per tutte due insieme, nostro padre era un lupo rabbioso che metteva paura a guardarlo. Sempre ombrato dallodio, iracondo e senza pazienza, sincendiava come benzina. Aveva occhi che non potevi incrociare per un secondo. Scuri e cattivi, fermi, cupi come boschi di notte, ti fissavano dicendo che tavrebbero ucciso. Questa era limpressione che davano i suoi occhi. Una volta coi miei fratelli avevamo pensato di bucarglieli col coltello mentre dormiva. Un coltello a testa io e il secondo, il pi piccolo che dava il via. Una sera eravamo pronti ma non trovammo coraggio. Quando dormiva sembrava buono. Ma non fu per quello che rinunciammo.Rinunciammo perch saveva paura di sbagliare il colpo, ecco perch. Se si svegliava anche solo con mezzo occhio, per noi era finita. Mio fratello, quello rissoso, disse: Prima o dopo glieli foro da solo o gli do fuoco quando  ubriaco e dorme. Cos sente male.  ora che senta qualche dolore anche lui, quel bastardo, non solo noi altri. Io lo pregai di lasciar perdere, non dirle neanche certe cose. Ma lui rispose che non solo le diceva ma le avrebbe fatte. Invece non fece nulla e, come ho detto, ammazz se stesso, non quelli che voleva. E anche laltro fece il medesimo salto. Adesso che della famiglia sono rimasto io soltanto, da qui in avanti non dir pi nostro padre bens mio padre. Non ha pi senso che dica nostro. E non dovrei dire neanche mio.Quello non era di nessuno ma ora  crepato. E mi spingo a dire: niente pace a quellanima infame. Si contorca nel fuoco dellinferno per leternit di Dio.
Una volta uno dei suoi cani gli morse una caviglia. Lui prese la scure e gli tagli la testa. Poi mi ordin di pulire il sangue e seppellire il cane. Faceva sempre le robe a met, dovevamo finire sempre noi, servi senza paga. Quante volte, mentre ci picchiava, lo sentivo dire: Ringraziate Dio che siete maschi, solo per questo non vi finisco. Cosa avesse dentro lanima in quei momenti credo non lo sapesse neanche lui. Se fossimo stati femmine non saremmo rimasti al mondo. Cos diceva.Quando in paese nasceva un bambino, chiedeva se era maschio. Se maschio non era, sputava per terra in segno di disprezzo. Non tollerava le donne nemmeno in fasce. Gli piacevano, certo. Gli piacevano come a mia mamma piacevano gli uomini, ma voleva averle a modo suo. Schiave silenziose, sottomesse ed impaurite, tappeti da calpestare e buttare via a calci. Agli amici dosteria spiegava che le donne dovrebbero esser fatte dal collo alle ginocchia. Testa e caviglie non erano necessarie. Almeno per lui. Cos diceva, ostentando il suo ghigno feroce. Suo padre, cio mio nonno, era quasi peggio.Affermava, e lo faceva spesso, che non bisogna uccidere le donne solo perch fanno gli uomini. Questo era mio nonno.E ha detto anche di peggio. Allora che devo fare? Anchio ho quelle tendenze. Siamo di razza. Una razza maledetta da Dio.Siamo una famiglia segnata dallunghia di Satana, ma niente scuse. Non vi  nulla da scusare, nessuno potr salvarci. Tantomeno redimerci. Per fortuna, del ceppo originale rimango solo io e, una volta spirato, tutto finir. Ma chi pu dirlo? E se quel porco di mio padre avesse seminato in giro qualche figlio maschio? Allora non sarebbe finito niente. E quel maschio magari ha messo al mondo altri dannati. E questi altri ancora. In questo modo la maledizione si perpetua. Non voglio nemmeno pensarci. Invece ci penso. Pu darsi che anche colui del quale sto per raccontare la storia si sia trovato la maledizione addosso. Uneredit di qualcun altro a sua insaputa.Cos, di eredit in eredit, si va indietro al principio del mondo. Chi sar stato il primo a infierire sulle donne con violenze che puntualmente si ripetono? Si sa di Caino che uccise Abele, ma non si conosce chi ha ucciso la prima donna.Chiss! Quel che si sa  che da lui  partito tutto.
A questo punto viene da dire che nessuno ha colpa di aver ereditato il male. Invece abbiamo colpa. E quella pi grave  che non cerchiamo la strada per diventare migliori. Che non  facile. Io ci sto provando da una vita a costruirmi meglio.Non riesco. Spesso ricado negli stessi errori. Se vedo per strada una ragazzina con gonne corte che gli si scorge il culo, e quel fare strafottente e provocatorio per infoiare gli uomini, la strozzerei. Eccone unaltra dico. Mi prende istinto di saltarle sopra e stuprarla. Questo  quel che sento.Allora non sono guarito. N migliorato. Vedo in loro il male che forse  soltanto mio. O di mia mamma, che la dava a tutti. Questo  il mio male, e come me ce ne sono milioni.Certamente non tutti gli uomini ma tanti. Allapparenza si mostrano perfetti. Hanno mogli, figli, in pubblico sono educati, gentili. Insomma, uomini irreprensibili. Ma dentro covano il male e lodio verso la donna. Prima o dopo combineranno qualcosa a scapito di qualche disgraziata.
Mio padre ce laveva anche con gli animali, se non erano maschi. Ricordo alcune scene. Essendo cacciatore, ha sempre avuto cani, molti dei quali femmine. Sosteneva che sulla traccia puntavano molto meglio dei maschi. Io non ero daccordo ma tacevo. Ogni tanto luna o laltra di queste cagnette andava in calore e lui la faceva figliare. Vendeva i cuccioli ai bracconieri e si tirava avanti. Al momento giusto, portava il maschio nel cortile e liberava la cagnetta. Mentre sannusavano, mio padre afferrava un bastone. Appena il cane iniziava la monta osservava qualche attimo e quando serano agganciati gi bastonate alla femmina finch la separava.Troia sibilava. Poi lasciava che riprendessero e ancora legnate. Andava avanti cos torturandoli una mezzora e finalmente li lasciava in pace. In quei momenti emergeva il mondo oscuro di mio padre, il male che lo portava ad odiare tutto quanto era femminile. Dalle donne passava agli animali facendo soffrire quel che trovava sulla sua strada.
Una volta mia mamma in un impeto dira mi disse che somigliavo a lui. Non era un complimento. Da quellistante fino a quando venni a conoscere la storia, credetti davvero di aver preso da mio padre. Leredit del sangue  una brutta bestia. Ora so che non  cos, tutto viene da pi lontano.Il rancore verso il mondo femminile  un lascito di antenati maledetti.  stato cos per tutti i maschi di famiglia, andando indietro fino a un secolo e mezzo prima. Quella genia partoriva uomini schifosi e vili, gente da castrare, evirare appena nati. E sapere che forse non fu tutta colpa nostra conta assai poco. Niente ci salva o ci giustifica. Ho pensato pi volte di uccidermi. Evirarmi e morire dissanguato in un bosco potrebbe essere un buon modo. Ma non ho mai avuto coraggio. Io coraggio non ne ho. Non sono come i miei fratelli. Quelli ce ne avevano anche troppo. Mi manca pure il coraggio buono, quello che permette di sacrificarsi per il bene degli altri. Quel coraggio io non ce lho. Ho quello di far male ai pi deboli, alle donne, a chi non pu difendersi.Quello  il mio coraggio. Altri non ne vedo.
Sono nato povero e povero me ne andr. Non perch fosse la condizione di tutti, ma perch mio padre non  stato capace di fare soldi. Nemmeno io finora lo sono stato. Era capace di picchiare e basta. Neanche suo padre, mio nonno, fu un granch. Miseria e botte anche da lui. Con questo non voglio dire che sia stata la povert a causare i miei problemi.Non posso dirlo. Ma la povert, se non sei un santo, contribuisce a incattivirti. Io sono povero e cattivo. Ho parlato di questo con un prete, anche se li disprezzo. Mi ha detto: Riconoscere i propri peccati  gi qualcosa. Un grande passo. Poi ho scoperto che era peggio di me.Anche lui odiava le donne e intanto andava a farsele. Frequentava casini in citt, dove lho incontrato pi volte. Anchio andavo con le puttane. Sono pi oneste di quelle che dicono ti amo. Ogni tanto il prete beveva e si confessava con me. Di solito, sono loro che confessano. Quello no. Ecco la vita. Allesterno tutti giusti, pieni di buoni consigli per darti fiducia. Dentro, demoni peggio di me. E per essere peggio di me bisogna davvero darsi da fare, bisogna abbracciare il male peggiore del mondo. La gente sa dare buoni consigli, ma non li mette in pratica.
Avverto chi legger queste pagine che potr capirle solo alla fine. Prima di arrivare al dunque ho da chiarire molte cose. Si semina un campo nuovo solo dopo averlo preparato.Occorre scegliere il tempo adatto, fendere il prato, separare lerba dalla terra, mondare i sassi, aspettare la luna giusta.Io in questa faccenda mi trovo su terreno vergine. Nel mio campo semino parole e devo prepararlo bene. Non mi aspettavo tanto orrore e, prima mi decido a vuotare il sacco, meglio sar per tutti. Ma per vuotarlo devo preparare la terra dove spargere il seme del male. Che diventi gramigna di morte  certo. Spero soltanto che un giorno qualcuno la estirper.Anche per questo prendo il discorso alla lontana. Non ho bisogno di trovare scuse o giustificazioni.  per far capire a chi legger che il male non cpita di colpo da qualche parte.Il male esiste da sempre. Da quando luomo  comparso sulla terra. Il male attraversa il cielo di tutti come una nuvola sporca di terra. Terra marcia e cimitero. Una vescica gonfia e lurida, pronta ad esplodere e liberare la sua pioggia di escrementi putrefatti dallodore insopportabile. Tanfo di morte.
Che posso fare a questo punto? Niente. Devo cercare di andare avanti a raccontare. Sperando che Dio, quel Dio nel quale non credo, sia buono e mi dia una mano. Soprattutto a trovare quel coraggio che mi serve a farla finita. Con la mia scomparsa il mondo si liberer da quella genia infame che fu la stirpe della mia famiglia. Spero non ne nasca pi di gente simile, a costo di sterilizzare tutte le donne del mondo.
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CAPITOLO 3. Le mie passioni.
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La forza delle donne, il loro potere sui maschi, mi d parecchio fastidio. Sono pi forti degli uomini, gli fanno fare quello che vogliono, se li giocano come marionette. Questo non lo sopporto. Poveri diavoli, gli uomini. Corrono, si dannano, fanno risse e guerre per quellinfame triangolo di pelo che le femmine tengono fra le gambe. E non lo tengono di certo stretto. Lo allargano a ogni occasione.
Solo una volta ho creduto di aver conosciuto lamore, quando ho incontrato la donna senzombra. Ma la breve felicit che ho vissuto si  mutata in tormento, e ha finito per spegnere ogni mio entusiasmo.
Da giovane avevo molte passioni che bene o male mandavo avanti. E le ho coltivate finch non ho scoperto la storia.Ma gi prima sentivo che qualcosa in me non funzionava.Non sono cretino. Mi piaceva andare sulle montagne, fino in cima, dove cera solo laria e il vuoto del cielo. Lass stavo bene, ero sicuro che nessuno poteva disturbarmi. E se dico che quando tornavo gi mi dispiaceva dico la verit.Rimanevo in vetta pi tempo che potevo. Spesso scendevo allimbrunire o al buio, rischiando losso del collo. Pi di una volta ho passato la notte in punta alla montagna. Quando faceva caldo e il tempo era sicuro, rimanevo lass, a guardare la luna e le stelle. E pensavo. Sognavo che la vita fosse un po meglio.
A quei tempi che dico camminavo veloce e quel giorno faceva un caldo da cuocere le pietre a farne calce. Il sole a piombo sulla testa pareva forarmi il cranio e passare dallaltra parte. Portavo un cappello da pastore, a corta tesa, dal quale non mi separavo mai. Ho fatto il garzone di malga da bambino e allora davano in uso un cappellino di feltro.Era il simbolo dei malgari. Ai pi bravi e scaltri, in autunno, i padroni regalavano la coda del gallo forcello da esibire sul cappello. Ma bisognava essere davvero in gamba. Io non ero n bravo n scaltro e il mio cappello non portava altro se non i miei tristi pensieri.
Quel giorno il raggio incandescente del sole forava da parte a parte lintera montagna. Trapassava le pietre e il feltro e la mia testa bolliva come una pentola di fagioli. A ogni modo, nonostante la bolla di fuoco sulla nuca, salivo abbastanza veloce.Volevo arrivare in cima e rimanere lass fino al tramonto del sole. Pi che altro mi piaceva vederlo tramontare. A un certo punto sbucai su un terrazzo formato da larghe pietre a mo di lastroni, cos roventi che pareva di montare su una graticola.Dovevo essere circa a met percorso quando, su una di quelle pietre sporta sul vuoto, notai qualcosa. Guardai meglio.Era una donna distesa, completamente nuda, che prendeva il sole. La sua pelle di cuoio, lucida di creme, splendeva sulla pietra calcinata come una luce. Di sicuro non era la prima volta che andava lass a farsi incenerire. Non avevo mai visto niente di simile, nemmeno con la fantasia. O forse mi pareva in quel momento. Mi vergognai e mi impaurii nel trovarmi allimprovviso di fronte quella bellissima donna.Avr avuto una quarantina danni, mora, capelli lunghi.Io la guardavo. Vedevo i fianchi abbronzati premuti sulla pietra s da apparire ancora pi larghi. E in mezzo alle gambe, quel triangolo di pelo scuro che mi dava lidea di una talpa addormentata. Vedevo i seni sorgere sul petto come noci di cocco. Senza rendermene conto, il primo impulso fu di stordirla con una pietra e montarle sopra. La seconda ipotesi era potente. Saccorse che la guardavo e piuttosto seccata disse:
Che hai da guardare, bamboccio?.
Guardo, non si pu?
No rispose ancor pi scocciata. Non si pu. Intanto sera tirata un asciugamano sulla talpa ma ormai lavevo vista.Curiosi e maleducati non li sopporto aggiunse. Tira via per la tua strada.
Fu in quel momento che scoprii un poco della mia natura.
Si potrebbe supporre che avessi ancora voglia di saltarle addosso e violentarla. Di solito agli uomini succede questo.A me no. Fu solo una tentazione iniziale, poi balzarono altri istinti. Tuttintorno stavano sparse pietre di varia misura.Ne abbrancai una a spigoli vivi e la tenni stretta in mano.Avevo voglia di colpire sulla testa quella donna nuda, arrogante e sicura di s. Fracassargliela. Volevo spappolarle la testa e vedere il terrore nei suoi occhi strafottenti. Poi, quando sarebbe stata inerme, approfittarne. In tasca avevo il coltello a serramanico che portavo sempre con me. E che porto tuttora. Ovviamente, non lo stesso. Ma nemmeno mi pass per la testa di usare quello. Volevo fracassarle il cranio e mi piaceva farlo con una pietra. Vedere le ossa cedere sotto i colpi e frantumarsi. Odiavo quella donna con tutte le mie forze. Primo perch era nuda e si mostrava senza ritegno.Poi perch mi aveva umiliato. La guardai di nuovo. Esibiva cinica la provocazione del suo corpo.
Capii l, quel giorno e subito, che le donne sono pi forti degli uomini e se li giocano come vogliono. Io non ho mai accettato questa realt. Nella mano la pietra tremava. Mi aveva ferito trattandomi con durezza e sarcasmo e non era priva di una certa cattiveria. Ne ho incontrate tante, nella vita, di quelle. Spesso mi sono chiesto: Se quella donna avesse usato dolcezza e modi accattivanti avrei reagito allo stesso modo?. Credo di s. Avrei visto lo stesso il male, la falsit e il raggiro delle donne, perch io sono malato e le donne le odio. Stavo ancora fantasticando con la pietra in mano quando udii la sua voce stridula e imperiosa che diceva: Sei ancora qui?. Strinsi il sasso pi forte, mi avvicinai e la guardai fisso. Si lev a sedere di scatto, con gli occhi sbarrati di paura.Non parl pi. Aveva capito che in quel bamboccio cera odio abbastanza per compiere qualsiasi azione. Vi fu un attimo che pensai volesse concedersi pur di evitare il peggio.Non ero mai andato con una donna, non avrei saputo cosa fare, nemmeno da che parte incominciare. Questo poteva risultare peggio delle offese e scatenare di pi il mio rancore.Ma quello che temevo non successe e tirai un respiro. Vedevo i seni grandi e abbronzati andar su e gi per lansimare della paura e fui soddisfatto. Poteva bastare, lavevo spaventata abbastanza. Scagliai la pietra lontano e proseguii per la mia strada. Non ne feci molta. Poco sopra mi fermai nascosto da una quinta rocciosa. Con una mano puntai il binocolo su di lei, mentre con laltra mi liberai dal brutale desiderio scatenato da quel corpo magnifico. In mezzora lo feci due volte, poi filai verso lalto. Arrivato in vetta rimasi poco tempo. Pensavo al mio destino, e a un futuro che si prospettava difficile.Le donne mi piacevano ma le avrei uccise tutte. Ne spiavo i comportamenti, fiutavo in loro qualcosa di duro, lo sguardo freddo e spietato. Mi facevano rabbia. Se non proprio uccise le avrei violentate con molto piacere. Tutte.
Questo sono io e non mi nascondo. Sono sempre stato cos. Tornato a valle, spiai il lastrone, ma la donna non cera pi. Mi fermai a dormire a casa di un amico. Allindomani venni a sapere. Sulla montagna dove ero salito, era stata trovata sfracellata in fondo a un burrone una donna nuda.Non dissi nulla. Forse si era buttata, forse un maschio con meno scrupoli di me laveva spinta gi. Pensai questo. Non ero solo quel giorno sulla montagna. Lo prova il fatto che la trovarono degli escursionisti. Per qualche tempo vissi con langoscia che qualcuno venisse a cercarmi. A fare domande su quella donna morta. Ebbi fortuna, nessuno mi cerc.Mi impression non tanto la sua morte, ma scoprire che ero quasi contento. Lidea che qualcuno lavesse sistemata mi dava una certa soddisfazione. Ecco chi sono io, uno malato.A pensarci bene, ora che ho scoperto la storia, segnali della misoginia caduta su di noi li ho avuti anche pi giovane.Una volta mi capit qualcosa di simile, sempre in montagna.
Avr avuto dodici anni, forse tredici. Comunque sia, let era quella di quando ladolescente non guarda pi coi soliti occhi le compagne di giochi.
Un giorno destate ero di guardia alla mandria sul pascolo alto a nord della valle. Col coltellino stavo ricavando da un mugo la maniglia storta della falce. Le vacche facevano risuonare i campanacci nel continuo su e gi delle teste brucanti.Mi ero sistemato al centro di una radura, a cavallo di un larice caduto. Mi rinfrescava una lieve brezza che calava dai monti. Il mio cane stava accucciato allombra di un ciocco.A un certo punto, confuse dai campanacci, udii delle voci venire dal basso. Era un gruppo di persone, uomini e donne, parenti del malgaro. Con loro una bambina di forse dieci anni. La guardai. Conoscevo quella gente ed anche la bambina.In paese ci si incontrava tutti. Mentre gli altri si diressero alla baita, la piccola si ferm accanto a me per carezzare il cane. Alle narici mi arriv il suo odore.
Di quello che successe dopo, che io sappia, non disse niente a nessuno. Mai. Mi ricordo che il mantice del sole prese a girare pi forte. La brezza si dilegu e il soffio bollente del sole cadde sul bosco. Me lo ricordo perch i campanacci delle mucche suonarono il silenzio. Le bestie serano stese allombra degli abeti. Alcune brucavano ancora ma erano manze e quelle, come tutti i giovani, sono incoscienti. Succedeva questo lass, un giorno destate. La bambina smise di coccolare il cane e si mise a far domande. Chiedeva il nome dellanimale, del posto, della baita. Mi interrog sul lavoro di pastore.Chiedeva molti perch. A parlare mi era venuta vicino. Percepii il suo odore ancora pi forte. Fatica e profumo di sapone mi venivano addosso. Aveva camminato, era sudata, il sapone girava nellaria, sortiva dalla pelle come un vapore. Allimprovviso and via di corsa scomparendo poco pi in l, dietro una macchia di mugo. Mentre correva vedevo le gambe sotto la gonna fin su, dove, al ritmo dei balzi, apparivano e sparivano mutandine bianche. La seguii senza farmi sentire.A quei tempi mi muovevo in silenzio come andassi nellaria.Osservando attraverso i mughi vidi la bimba accucciata che faceva pip. Mi vennero in mente le donne che spiavo alla latrina della contrada. Avevo tolto un listello e quando andavano a pisciare le vedevo. Quelle donne coi loro culi enormi mi piacevano e mi facevano paura. Le avrei strozzate. Spiavo anche mia mamma. Avrei strangolato anche lei.
Intanto guardavo la bambina che, nonostante avesse finito, restava accucciata. Sarebbe diventata una di quelle della latrina? Notavo qualcosa tra le gambe. Gambe sottili come una ranocchia. Vedevo quel segno appena accennato sfiorare lerba sotto il mugo. La vidi infine alzarsi e tirarsi su le mutandine. Erano bianche come neve. Di sicuro risale a quel giorno, la mia preferenza per quel colore nei capi intimi femminili. Non aveva ancora finito di sistemarsi che le fui addosso. Col dito sulle labbra feci un sibilo per intimare il silenzio. Non fiat. La buttai per terra, le sollevai le gonne e mi stesi sopra di lei. Non si ribell n disse nulla. Nessuna reazione. Sentivo il suo respiro farsi affannoso. Non mi sembrava paura. Ebbi limpressione, invece, che fosse curiosa e complice di quella situazione. Ma di questo non posso essere certo. Quel che ricordo  che calai i pantaloni e cominciai a strusciarmi su di lei. Stava ferma come una rondine sotto il gatto. Il suo corpo sapeva di nigritella, questo lo ricordo bene. Ma forse era laria dagosto a trascinare fino a me il profumo delle nigritelle. Di preciso non saprei, ma non  importante. Sono passati tanti anni che hanno portato carichi di stagioni tristi una dopo laltra. Per me ormai non  importante pi niente. Ho smarrito i ricordi. Ma quel giorno rimane ancora nella mia testa. A contatto col corpo caldo della bambina sentii che stavo bene. Dur poco. Di l a un minuto, gi la guardavo con altri occhi. Avrei voluto metterle le mani al collo e stringere con tutta la mia forza. E ne avevo, fin da bambino ho fatto lavori pesanti. Le presi il collo e strinsi un poco. Per mi ritirai subito dallinsano proposito.La guardai ancora una volta e me ne andai intimandole di non aprire bocca. Non lapr poich nessuno venne a reclamare niente da me.
Lass quel giorno capii che nella mia testa qualcosa non funzionava. Il naturale corso delle cose, non poteva essere la voglia di soffocare bambine. Ma lidea di farlo mi procurava una inconfessabile soddisfazione. Tutto questo con la fantasia.In realt, mi sarei accontentato di spaventarle, umiliarle, far loro paura. Guardarle negli occhi e fare bau, come lorco.Quel giorno su al pascolo, anche se in modo confuso, capii molte cose. La bambina raggiunse gli altri alla baita, io ripresi a badare al bestiame. Ero piuttosto agitato. Temevo che da un momento allaltro mi piombassero addosso i genitori per massacrarmi di bastonate. Invece non successe niente. Verso sera se ne and ma ancora non stavo tranquillo. Pensavo che la piccola avesse raccontato tutto. Ma, se cos fosse stato, suo padre mi avrebbe raggiunto e inchiodato a un larice come Cristo sulla croce. Invece niente. Dopo tre giorni mi tranquillizzai, ma la bimba mi era rimasta nel cervello. Non immaginavo che molti anni dopo, fattasi donna, sarebbe diventata la mia compagna. Una delle due rimaste fisse qualche anno. Di quelle a consumo veloce ne ho avvicinate molte.Troppe. Oggi che ragiono con la testa pi vecchia del corpo, penso che si mise con me solo per farmi pagare quellantico abuso. Che non fu violenza completa, per.
A ogni modo, siamo stati insieme qualche anno senza mai andare daccordo. Cerano baruffe un giorno s e laltro anche.Pi volte sono andato vicino a strangolarla ma non volevo finire in galera. Mi limitavo a sfasciare la casa. Demolivo tutto quel che mi capitava a tiro. Non ricordo pi quanti tavoli, sedie, vetri, finestre e porte ho dovuto aggiustare o sostituire. Senza parlare di crocefissi e madonne. A ogni rissa ne spaccavo qualcuno. Poi li rifacevo perch una delle mie passioni  scolpire il legno. I cristi e le madonne che intagliavo non avevano alcun valore, perci potevo spaccarli benissimo per non spaccar la testa a lei. Mi urlava che a sfasciare immagini sacre sarei stato maledetto in eterno. Le rispondevo che maledetto ero gi, dalla nascita, peggio di cos non poteva maledirmi nessuno. E gi con la scure sui crocefissi e le madonne per non darla sulla testa a lei.
Credo che il fatto di quel giorno lontano alla malga le fosse rimasto impiantato nel cervello. E nellanima. Altrimenti non mi spiego perch prima di fare lamore voleva che la buttassi a terra, le alzassi la gonna e la tenessi per il collo.Questo voleva. E mentre facevamo quelle cose, mi insultava con offese che  impossibile ripetere senza vergogna.Quando mi urlava figlio di puttana non me la prendevo.Era la verit. Ma se si azzardava a darmi del falso o del bugiardo si prendeva uno schiaffone. Non doveva. Sono tutto quel che di peggio ha decomposto lanimo di un uomo, ma falso no. E nemmeno bugiardo. Se volete ve lo dico io cosa sono: brutto, ubriacone, cattivo e infame, ma falso no.Nessuno pu dirmelo se poi non esibisce le prove. Ma sar difficile avere prove.
Lei, ogni tanto, tirava in ballo quel fatto remoto della baita e i suoi occhi si facevano cattivi. Io non volevo sentir parlare di cose passate. Ricordare quel che  stato mi spaventa e intristisce. Sono fatto cos e c un motivo. Se sono cose brutte mi prende il dolore di quel che  stato. Quei fatti tornano a cercarmi ed  un inferno. Se sono belle, mi assale la tristezza delle cose perdute, durate poco e finite. Non esistono ricordi per me, ed  ancora peggio.
Come ho detto, una delle mie passioni  scolpire il legno.
O meglio, era. Da tempo non intaglio pi niente, tantomeno crocefissi. E neanche madonne o santi. Non voglio pi avere a che fare con quella brutta genia. A dire la verit non combino pi niente. Sono un morto vivo, stento a fare un pensiero e trascino i giorni con fatica, come il boscaiolo trascina il tronco. Non credo in Dio perch sono figlio del diavolo, erede del male, altro che stole e sacramenti. Per questo non voglio preti vicino. Usano lacqua santa e il diavolo non la sopporta. E poi sono falsi, questo  ancora peggio dellacqua santa.
Per anni ho scolpito figure sacre. A quei tempi ci credevo, o almeno tentavo di farlo. Ma sentivo che ero portato ad altro e non sapevo cosa. Finch non lho scoperto dentro di me. E ho cominciato a intagliare robe orrende. Orrende per chi le vedeva, a me piacevano. A me piaceva scolpire quelle cose l, non pi cristi e madonne. E nemmeno santi. Erano donne nude, di grandi, medie e piccole dimensioni. Donne allinizio splendide, poi sfigurate a colpi dascia, i seni torturati dalla sgorbia, il pube slabbrato dal trapano. Le ferite le procuravo io e con piacere. Agivo sostenuto dalla cupa soddisfazione di infierire. Prima per completavo le figure come si deve, levigate di fino, lucidate a cera dapi. Perch le donne sono lisce, perfette. Infine, quando uno scultore sano le avrebbe ammirate reputandole a posto, io cominciavo a lavorare sul serio. Afferravo la scure piccola, quella da sbozzo, e menavo fendenti ai corpi di quelle donne belle e perfette.Smettevo quando erano mutilate dappertutto. Sulle ferite versavo rigagnoli di vernice rossa per simulare il sangue.Infierivo maggiormente tra le gambe e sui seni, ma anche sul volto perch avevo limpressione che mi guardassero. Infatti mi guardavano. Sfidandomi e deridendomi. Scolpivo gli occhi di quelle donne in modo che, da qualsiasi parte andassi, loro mi seguivano. E mi trovavano sempre. A volte, avevo limpressione che girassero la testa a fissarmi. Era quello che volevo. Essere spiato, giudicato, deriso, sfidato. Io ricambiavo gli sguardi, cercavo di reggerli, ma ad un certo punto non ne potevo pi. Le mie donne di legno erano pi forti, come quelle vere, del resto. Tutto questo mi avviliva. Pi forti di me erano perfino le donne di legno. Questo mi veniva da pensare.Allora, con molta calma, afferravo lascia. Poi la calma finiva e le sfiguravo. In pratica macellavo quelle statue come fossero bestie pericolose.
Volevo essere cercato per avere loccasione di respingere.
Come ho fatto nella vita. Ho sempre cercato donne, fin da giovane. Quando ero sicuro di averle le maltrattavo in ogni forma possibile. Questo sono io. Un maledetto bastardo. Da quel che ho saputo indagando a fondo, simili a me ma molto peggio sono stati tutti i maschi di famiglia. Andando indietro nel tempo, ho saputo cose infami sui miei antenati.Speravo fosse il risultato di alcune circostanze disgraziate.
O per il caratteraccio che animava quegli uomini antichi.Invece no. Quando ho scoperto la storia, m apparsa chiara la conferma che  un castigo. Una maledizione che dura da centocinquantanni ed  partita da lui. Da un nostro antenato disperso nel tempo. Meglio dire da un mostro antenato.Quello fu la causa di tutto. E noi discendenti ne portiamo le conseguenze. Ma giuro che cercher le sue ossa, le trover e ne far polvere. Poteva crepare prima, linfame.Prima di fare quello che ha fatto un secolo e mezzo fa. Non ho il coraggio di raccontarlo ma lo devo fare. Ci ha fregato tutti, quel bastardo. Perch il male, prima o dopo, si paga.
Qualche anno fa, anzi pi di qualche, venne da me un tizio che si qualific mercante darte. Laveva mandato qualcuno ma non mi disse chi. Questo qualcuno lo aveva informato che in un paese disperso sui monti, viveva uno scultore che dava vita ad opere inquietanti. E poi dava loro morte. Ed era inquietante pure lui. Bastava guardarlo. Questo il messaggio del misterioso informatore. Gli domandai se mi trovava inquietante. Rispose di s. Volevo cacciarlo via, invece gli feci vedere il mio esercito di donne massacrate. Ne rest sconvolto. Saranno state trecento o trecentocinquanta.Pi che un esercito era un cimitero. Donne ferite, mutilate a colpi dascia, trapano, martello, una pi orrenda dellaltra.Le osserv attentamente una alla volta, impiegando mezza giornata. Ogni tanto dondolava la testa spaventato ma anche sorpreso. Alla fine mi chiese se gliele davo per fare una mostra. Si sarebbe occupato lui di tutto: catalogo, pubblicit, inaugurazione, prezzi, eccetera. Devo dire la verit, non sapevo niente di mostre, cataloghi e inaugurazioni. A me piaceva scolpire e distruggere. Ero chiuso l. Ma lui, senza curarsi della mia ignoranza, seguitava a parlare di queste cose.Disse che avrebbe fatto una prima mostra a Roma, per saggiare il terreno. E subito dopo Parigi. Poi New York. Laggi, oltre loceano, sono molto pi avanti di noi nel comprendere larte estrema. Disse proprio estrema e io di quella parola non sapevo che farci. E nemmeno sapevo cosa volesse dire. Allora glielo chiesi. Mi spieg che larte estrema era il prodotto di azioni folli, i cui risultati facevano venire la pelle doca. Qualcuno si era sentito male dopo aver visto una mostra di arte estrema. Si trattava spesso di robe morte, sangue, cadaveri putrefatti, smembrati, contorti. Questo seppi da lui. Fece pure i nomi di parecchi autori estremi che per non ricordo. Disse che larte estrema doveva mettere i brividi come i racconti dellorrore. E le mie donne, stuprate dal trapano e mutilate dalla scure, imbrattate di vernice rossa, li mettevano. Con poca speranza, gli domandai se ero un artista estremo. Rispose di s. A quel punto fui soddisfatto.Tutta la mia vita era stata estrema, ora anche larte.Per di mostre non se ne fece. Dopo aver saputo di essere un artista estremo lo mandai a quel paese. Non volevo che le mie statue, o meglio le mie ossessioni o le mie tare, fossero sparse in giro per il mondo. Allora lui, piuttosto deluso e posso dire scornato, per convincermi mi offr dei soldi.Tanti. Rifiutai. Ti stacco un assegno disse, scrivi tu la cifra. Sono un farabutto, un vile, un pezzo di merda, ma ho ancora dei princpi sani. Se c una cosa che non tollero  che si cerchi di convincermi col denaro. Nessuno mi pu comprare coi soldi. Nemmeno Cristo, se fosse un mercante.Lo mandai di nuovo a quel paese, questa volta con una brutta faccia. Ancora non sapevo, e manco immaginavo, che anni dopo avrei avuto bisogno di lui per i miei studi e le ricerche mirate a decifrare il mistero della baita. Sforzi che per non servirono. Se ci riuscii fu solo per caso. Un puro e semplice capriccio del destino. Ma forse non fu il caso, forse era tutto gi scritto. Comunque, questo sedicente mercante darte, prima di andarsene, mi lasci un biglietto con i suoi recapiti. Qualora avessi cambiato idea potevo contattarlo.Sarebbe stata la mia fortuna. E la sua, aggiunse. Ma ormai non lo ascoltavo pi. Ricordo che impugnai una scure e gli dissi: Se ne vada svelto o far la fine delle donne di legno. Se ne and e non lo vidi pi se non, come ho detto, dopo molti anni.
Unaltra mia passione  fare il boscaiolo. Prima di conoscere la storia che mi ha rovinato la vita, tagliavo legna per regalarla. La davo ai vecchi che non avevano pi forza di farla, n soldi per comprarla, vecchi soli, senza affetto n compagnia. Loro unico amico era il fuoco, che accendevano anche destate. Ma soprattutto dinverno. Lunghi inverni di solitudine, aspettando che venisse la morte con le chiavi per aprire la vecchia cella della loro esistenza e liberarli.
Chi legger questa storia, se mai riuscir a farla apparire, si chieder cosa centrano le mie passioni con lintera faccenda.Centrano eccome, altrimenti non starei qui a perdere tempo. Se sono riuscito a sbrogliare la matassa e venirne a capo,  anche grazie alle mie passioni. Per puro caso,  vero, ma complici furono le mie passioni. Ecco perch le voglio elencare. Ma devo andare per ordine o perdo il filo.Quando tagliavo i larici, dentro parevano insanguinati.
Colore rosso sangue, come il ciliegio. Infatti, entrambi erano i preferiti per le mie figure. Quando scolpivo donne giovani, appena adolescenti, usavo legno dacero, bianco pi della neve. Ma non come le loro anime, che vedevo gi contaminate.Anime sporche, false e senza cuore. Per si trattava di giovani, forse i loro corpi erano ancora puliti, non corrotti, bianchi come quegli aceri. Per questo usavo quel legno. Ma anche per un motivo pi pratico. Quando facevo colare la vernice rossa su quei corpi bianchi, devastati dalla scure, leffetto sangue era un pugno allo stomaco. Veniva da vomitare ed era ci che volevo. Mi dava soddisfazione squartare donne anche se di legno. Ci godevo. E per fortuna mi sono fermato a quelle, le donne vere le ho risparmiate.Comunque tirare gi piante mi piaceva, ho cominciato da piccolo, con mio nonno. Il vecchio diceva che a segarle o tagliarle con lascia sentivano male. Le piante provavano dolore. Forse per questo presi gusto a tagliarle. Tagliavo alberi per regalarli, come legna, o scolpirli, modificarli e infine massacrarli. Credevo fosse un mio sfogo, mi assolvevo dicendo che ero fatto cos. Solo dopo aver conosciuto la storia ho capito perch mi comportavo a quel modo.
Un giorno, con mio nonno, tagliammo un abete bianco che avr avuto centocinquantanni. Dentro al tronco, quasi al cuore, cera un qualcosa di ferro. Infatti sberciammo il segone che tocc affilare a me. Il segone doppio era una lama lunga un metro e cinquanta irta di denti, munita di due maniglie allestremit. La si tirava uno per parte con grande fatica. La affilai usando una lima a triangolo. Questa roba che trovammo nel cuore dellalbero portava inciso un ghirigoro incomprensibile, con di fianco un segno che pareva una C. Insomma una lettera dellalfabeto. Mio nonno disse che era una scheggia di granata della prima guerra, e se la mise in tasca. A me non pareva una scheggia. Quando tornammo a casa la ripose sulla mensola del camino e non se ne parl pi. Ne dovr parlare io, invece, adesso, dopo anni di sforzi. Ma devo andare per ordine.
Una volta regalai della legna a una povera vecchia che aveva quasi un secolo. Viveva sola e stava morendo sola, un poco per volta, come un fuoco che si spegne. Aveva perso mOlta memoria. Mentre faceva il caff in un antico paiolo, mi domand di chi fossi figlio. Le rivelai il nome di mio padre e quello del nostro casato. Si fece seria.Gente disgraziata disse.
Perch? chiesi.
Sono cose vecchie, me le contava mia mamma e anche mia nonna. Tutte quelle disgrazie nella vostra famiglia. C solo da pregare.
Io non prego proprio niente risposi.
Pregher io per te, ne hai bisogno concluse.
La esortai a non farlo, non ne avevo bisogno. Ma insist.
Poi, come si fosse appena svegliata da un sogno gradito, esclam: Che bella legna! Grazie, grazie.
Forse sapeva cose della mia famiglia che io ignoravo. Mi riproposi di tornare con calma ad interrogarla come si deve, usando ovviamente la delicatezza dovuta. Ma quellinverno mor senza neppure aver bruciato tutta la legna. Con lei scomparve la sua gi debole memoria e qualcosa della mia famiglia se ne and per sempre. Mi sono chiesto pi volte cosa sapesse la vecchia. Me lo sono chiesto soprattutto dopo, quando ho decifrato il mistero della baita. Mai mi pentir abbastanza di non aver insistito a farmi rivelare qualche dettaglio in pi.
Ma, visto come sono andate le cose, a questo punto non serve che mi penta di niente. La storia lho saputa lo stesso, anche se molti anni dopo. La vecchia poteva indicarmi qualche buon sentiero per arrivarci prima. Invece era destino che ci arrivassi dopo; scoprendo i fatti da me e solamente per puro caso. Se penso che tutto inizi con quel maledetto clpo di piccone nel muro della baita, mi vengono i brividi.Certe cose non stanno n in cielo n in terra. E neanche nelle pi truci storie dellorrore. Spero di avere la forza per andare avanti.
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CAPITOLO 4. I miei amici.
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Lo ammetto, ho sempre avuto pochi amici. Adesso che allorizzonte si profila la vecchiaia fastidiosa, ne ho ancora meno. Quelli giusti sono morti. Se qualcuno  rimasto  rimbambito. Io, del resto, ho un brutto carattere, me ne sto alla larga dalle amicizie. Non mi fido di nessuno, sono tutti dei bastardi. Vai a fidarti degli amici. A dire la verit uno di cui mi fidavo lo avevo ma ora non c pi. Mentre riempio queste righe lui  morto. Mi vien da piangere. Penso a lui.Lo hanno trovato morto in casa, solo come un cane. Di fuori soffiava lestate, un lungo mese di belle giornate. Una pi bella dellaltra. Fino al sette agosto, quando ci fu il temporale.Poi torn bel tempo e lui era l dentro per terra. Quello s che era un amico. E non odiava le donne come me.Cinquantanni assieme, io pi grande di dieci. Per me era come un fratello, anzi di pi: un figlio sfortunato. Quando morirono i miei fratelli non ho pianto come ho pianto per lui.Gli volevo bene ed anche lui a me. A modo suo me ne voleva.Era rimasto solo e io pure. Ci si dava una mano. Beveva e anchio bevevo. Ma lui, da un anno, era malato. Dimagriva e beveva e poi mor quella sera destate. Era il sette agosto.Finch campo ricorder quel giorno. Ma non credo di vivere a lungo. Quando andr allaltro mondo non avr bisogno di ricordarmi di lui perch ci troveremo. Cos dicono i preti. Ma non so, a volte ho molti dubbi. Anzi, sono certo che di l non c niente. Quindi niente dubbi. Ecco, questo volevo dire, lunico amico era lui. E poi gli altri, quegli strani personaggi che racconto qui. Fino a qualche tempo fa, quando erano ancora vivi, li vedevo ogni tanto. Solo di sfuggita, come ombre di corvi sui pascoli. Erano tipi contorti, misogini, cinici, cattivi con le donne. Quando eravamo giovani, ci si trovava nelle vecchie osterie del paese.Quattro bettole, non cera altro. Si parlava di donne e di quel che avremmo voluto fare con loro. Ci si aspetterebbe avessimo voluto fare lamore, come di solito bramano giovani sani e robusti. Noi eravamo in tre, due belli e uno brutto. Quello brutto ero io. Almeno cos mi dicevano. Bello non fui neanche da bambino e forse  stato meglio cos. Ho messo subito le mani avanti. Essere brutto ed evitato da tutti comporta allinizio un dolore ma poi ci si fa labitudine. E alla fine diventa un vantaggio. Meno rotture di coglioni. Non capisco cosa ci trovassero quelle donne che son state con me. Io sono brutto e loro, come niente fosse, mi davano bacini. Ma di questo non minteressa. Comunque, per tornare a prima, si potrebbe pensare che coi miei amici si parlasse di sesso.Invece no. Si discuteva di umiliazioni e patimenti da infliggere alle donne. Eravamo allora gi malati di qualcosa e non ce ne rendevamo conto. Ci pareva tutto normale. Inventavamo giochi e fantasie da applicare sul corpo delle donne, per farle soffrire. Di conseguenza anche sulle loro anime.Ognuno di noi proponeva idee, a volte robe da mettere i brividi. Succedeva che mentre uno illustrava la sua trovata a me veniva la pelle doca e sudavo in fondo alla schiena. E s che non ero tenero.
Al momento della prima picconata, quel lontano sette maggio, di quegli amici rimanevo soltanto io. Erano tutti morti. E morti male, anche se non credo che si possa morire bene. Che esista una qualche morte bella non ci credo proprio. Le morti sono tutte brutte. So delle cose di quegli amici, che non ho mai rivelato a nessuno. Se avessi rivelato solo la met di ci che combinavano, sarebbero finiti in galera. Ora che sono morti, voglio dire che razza di gente mi circondava, pochi ma buoni mi vien da dire. Non che io fossi migliore, quello no, ma certe cose sulle donne non le ho mai fatte. Pensate s, messe in pratica no.
Un giorno uno dei due trov una fidanzata. La faccenda non dur molto. Destate andavano a spasso per pascoli e baite e lui la torturava con le ortiche. Allinizio lei pensava che scherzasse. Allora scappava qua e l con la gaiezza dellamore.Il mio amico la rincorreva brandendo un mazzo di ortiche che le passava sulle gambe, sulle braccia e pure sul viso. La donna cap e si preoccup. Lui mi raccontava queste cose e rideva. Quando era ben gonfia e infiammata, la obbligava a fare lamore. Diceva che dopo quella cura diventava brutta.Solo cos riusciva nel suo sfogo di maschio. Se era normale si bloccava, perci doveva deturparla. Diceva inoltre che in quelle condizioni era pi calda. E da qui si dilungava in una contorta e allucinante spiegazione sul potere delle ortiche di scaldare il sangue e farlo confluire nel punto giusto del sesso.Mi disse che meglio ancora sarebbero state punture di api ma troppe avrebbero rischiato di ucciderla. Secondo me era fuori di testa e, devo confessare, a volte mi faceva paura. Quando lei lo moll la minacci di morte. Fu costretta a passare ancora unestate con lui. E con le ortiche. La mamma ogni tanto notava le gambe e le braccia arrossate di sua figlia, il viso gonfio e deturpato. Ne chiedeva conto. La ragazza raccontava che era lei stessa a sfregarsi le ortiche per attivare una circolazione pigra e assonnata. Quando non cerano ortiche, il fidanzato la sporcava di fuliggine per abbruttirla. In ultimo le infilava una maschera di legno con la bocca senza denti e i capelli di stoppa. Alla fine, stanca di maltrattamenti e paure, dopo un anno e mezzo fugg. Dicono in Svizzera, ma di preciso nessuno lo sa. Lunica certezza  che da quel giorno non si fece pi viva.
Il mio amico aveva un problema con le donne. Gli piacevano e allo stesso tempo le odiava. Come me e laltro, del resto. Per lorticatore aveva quel problema. Solo se erano brutte riusciva nellatto amoroso. Con quelle belle faceva fiasco. Da l partiva la sua furia. Era capace di uccidere per questo. Se una sazzardava a ridergli in faccia rischiava la pelle.
Una volta massacr a calci la padrona di un casino perch gli aveva sbattuto in faccia che era un gallo senza coda.Mi raccontava che era scappato a piedi dalla citt per tornare a casa. Aveva percorso trenta chilometri di notte, non voleva essere visto sulla corriera o riconosciuto da qualcuno.La meretrice dovette ricorrere a cure mediche. Almeno cos mi disse. A me raccontava tutto, come a volersi togliere un peso. Ma  pi probabile che fosse per vantarsi. Le insultava, le picchiava fino a gettarle in terra e calpestarle. Alla fine, la mania di deturpare le donne belle per poterle usare lo port in galera e da l alla morte.
Aveva fatto amicizia con una contadina di quarantanni che veniva il sabato in paese a vendere formaggi e ricotte.La rammento bene quella donna. Quando compariva sulla curva del cimitero, dove a primavera rinverdiva il larice, pareva la madonna. Una madonna con la gerla. Anni dopo scolpii la sua figura. Poi la feci a pezzi a colpi dascia e la sporcai di vernice rossa. Ai tempi quella donna piaceva anche a me, purtroppo aveva scelto il mio amico. E quando una donna sceglie c poco da sperare. Luomo non conquista un bel niente, semmai si fa trascinare come un pesce allamo. A ogni modo, questo amico aveva trovato la donna bella e probabilmente era stufo di maneggiare ortiche, fuliggine e maschere. Oppure era cos bella che i soliti espedienti non bastavano a imbruttirla. Questo lo penso io e quel che dico vale per me. Il padre del mio amico era mio santolo e faceva lo stagnino. Per tappare i buchi a pignatte e caldiere usava una lega speciale di stagno rinforzato.Prima per doveva pulirle con acido solforico, liquido che smangia tutto. Una goccia sulla pietra la corrode facendola fumare. Il mio amico prese la boccetta e la vers sul viso della sua bella. La madonna con la gerla si spolp e divent cieca. La salvarono ma, per quanto visse, si copr il volto con una maschera di corame. A primavera la portavano ad annusare i fiori che non vedeva pi. Il naso ancora percepiva qualcosa e per lei era gi tanto. Dopo qualche anno si impicc. Lui fin in galera, dove trascorse cinque anni prima che due detenuti lo strangolassero per questioni tra di loro. Mio santolo disse che suo figlio non meritava una fine simile. Per una donna aggiunse. Io tra di me non ero daccordo ma non dissi niente.
Laltro amico taceva sempre. Di lui avevamo rispetto.
Odiava le donne quanto noi, se non il doppio, ma lo faceva senza rumore. Era il pi anziano e dava limpressione di sapere le cose meglio di noi. Forse erano i suoi silenzi a farlo sembrare cos intelligente. Questo non lo so. Quello che so  che non parlava e, tacendo, pareva dicesse e sapesse tutto.Una volta che si discorreva di donne disse: O si lasciano perdere o si va fino in fondo.
In fondo dove? chiesi.
Capirai. Prima o dopo capirai rispose cupo.
Era un uomo strano. E anche un belluomo, indecifrabile e misterioso, per questo faceva innamorare le donne. Si vestiva malamente ma prometteva loro matrimoni, fedelt, affetto e regali di ogni genere. Quando aveva ottenuto ci che voleva, le mandava a quel paese nel modo pi cinico e crudele che conosceva. E ne conosceva molti. Una volta fece affiggere alla porta della chiesa lannuncio di matrimonio con una ragazza di ventotto anni. Veniva dalla pianura ed era assai carina. Laveva corteggiata pochi mesi.Diceva che era stato un colpo di saetta. Il giorno fatidico si present in chiesa agghindato come un principe. Lei in abito bianco, il padre laccompagnava. A me aveva accennato qualcosa la sera, quando sand a fargli festa per laddio al celibato. Eravamo solo uomini e assieme cercammo di dissuaderlo.Ma lui fu irremovibile. Mi disse: Domani vedrai volare i confetti.
E venne lindomani. Quando il prete gli chiese se la voleva prendere come sua legittima sposa lui tranquillo dondol la testa. No disse, e usc di chiesa nel silenzio dei presenti allibiti. La sposa mancata non fiat. Non aveva pi aria nei polmoni. N per piangere n per gridare. Pianse dopo.Prima butt per aria tutto. Volarono fiori, ceste di confetti e riso. Aveva capito di che legno era fatto lo sposo con un po di ritardo. Il mio amico maltrattava le donne senza alzare la voce o le mani. Era un raffinato. Una mente creativa che resisteva ad ogni moto del cuore, a ogni slancio femminile nei suoi confronti. Le illudeva e le massacrava. Anche con piccoli gesti giornalieri. Mi ricordo alcuni casi di ciniche vendette.Per esempio, raccoglieva qualche fiore sui pascoli o stelle alpine e, in paese, li porgeva elegante alla prima donna che incontrava. Lusingata e del tutto ignara, questa allungava la mano per ricevere il dono. A quel punto il mio amico si metteva a sghignazzare. Buttava i fiori per terra, li calpestava fino a farne poltiglia. Rivolto allallibita signora diceva: Ah, ah, credevi davvero ti regalassi fiori?.Sallontanava cos, fiero del suo cinismo, tronfio e soddisfatto, tra gli insulti della donna maltrattata. Spesso qualcuna rimaneva cos spiazzata da non aver la forza per reagire. In questi casi era ancora pi spietato, la sua risata aveva un che di satanico.
Una volta propose allennesima fidanzata di far lamore al buio, con una maschera sul viso per rendere la faccenda pi intrigante. Lei lo amava perch era uno che si faceva amare. Per questo, seppur con riluttanza, volle accontentarlo.Solo quando la decisione fu presa, luomo scolp le maschere.Si trattava di un diavolo e una diavolessa cavati da cortecce di larice. Brutte da far spavento, ma cos dovevano essere. Stabilito il giorno, si incontrarono a casa di lui. Il patto tra uomo e donna comportava silenzio assoluto durante lincontro. N sospiri n parole, sesso muto, come se a farlo fossero due statue. A malincuore, la donna si decise allesperimento. Aspettarono il buio per camuffarsi. Era una notte di silenzio, laria di luglio soffiava un po di frescura sul bosco. Veniva buio tardi, dovettero aspettare. La luna, mi disse lui, andava avanti e indietro nelle nuvole come un cane che cerca il padrone. Fu necessario chiudere gli scuri per avere addosso linchiostro delle notti impenetrabili.Finalmente arriv il momento di consumare quel coito senza luce. E senza amore da parte di lui. Dai casolari sparsi sui monti arrivava labbaio di un cane. Era il momento giusto. Non che per fare lamore debbano abbaiare i cani, ma la voce dellanimale lontano rendeva tutto pi misterioso.Fu cos che iniziarono le manovre che si adottano in quei casi. Mancavano i baci, le maschere li impedivano.Lui fu piuttosto spiccio. Si sbrig in un attimo e tir su i pantaloni. Nel frattempo dalla porta entr qualcuno e accese la luce. Gli amanti si tolsero la maschera e la donna scopr che il suo fidanzato era luomo entrato allimprovviso.Quello mascherato con cui si era accoppiata era laltro mio amico. I due uomini si misero a ridere. Dopo liniziale sbigottimento, la donna prese a urlare, scagliare oggetti, rompere specchi. Sfogatasi, cominci a piangere come un fiume.Disperata per lumiliazione, forse nemmeno saccorse che i due compari scendevano le scale sghignazzando.
Questi erano i miei amici, e adesso so il perch. Non chio fossi meglio di loro, forse ero peggio ma di me ho gi detto.Ormai non ho pi niente da perdere. Dopo aver conosciuto la brutale verit nel muro della baita, poco importa della vita. Un po mi dispiace perch a causa di questa storia ho perduto ogni passione. Scalavo le montagne, scolpivo i tronchi, leggevo e ascoltavo chi aveva letto prima di me. E imparavo. Studiavo per conto mio. Non ho potuto andare a scuola, allora mi informavo, ricordavo tutto, avevo buona memoria, cosa credete? Anzi, dico: una memoria di ferro.
Mi piaceva guardare la luna. Di notte camminavo nei boschi alla luce della luna. Mi facevo accompagnare dal suo chiarore, sentivo respirare gli animali, vedevo brillare i loro occhi nel buio. Qualche volta scalavo le montagne quando il colmo di luna le illuminava, mandando gi un velo di seta gialla che le copriva. Per me la luna  stata importante e lo  ancora, nonostante le mie disgrazie. Ho vissuto quasi pi di notte che di giorno e non me ne pento. Ho sempre dormito poco, fin da bambino. Forse per quellantica maledizione il cui fiato velenoso stava chiuso nel muro della baita. Di questo non posso esser sicuro ma lo penso. Allora andavo in giro di notte, per via di quellinsonnia. Intorno non cera nessuno, solo le bestie della montagna che si chiamavano.I versi dei rapaci notturni facevano malinconia e laria invisibile muoveva le fronde. In quei momenti reputavo la vita una faccenda abbastanza sopportabile. Avevo,  vero, quei problemi con le donne. Le odiavo perch una sola donna  pi forte di tutti gli uomini messi assieme. E a me non andava di essere pi debole. Ma era cos. Per mi piacevano anche se dopo gli incontri le avrei strozzate. Mi hanno rovinato lesistenza. Ma di questo ho gi detto.
Insomma, vivevo abbastanza bene, avevo dei progetti.
Fino a quel colpo di piccone nel muro. Da l inizi tutto e io mi fermai. Prima camminavo giorno e notte, la luna mi segnava i sentieri meglio che la pila. Anche quelli dellanima.Quando era piena, col bordo che premeva come per uscire fuori e venire gi a cercarmi, stavo seduto ore a guardarla.La seguivo nel cammino senza staccare gli occhi. Rimanevo cos incantato che non riuscivo a muovermi. Nemmeno spostarmi un metro. A me non mi veniva di abbaiare sotto la luna come tanti dicono gli cpiti. Io non abbaiavo. Sotto la luna piangevo. Forse erano i rimorsi a farmi piangere, o forse no. Sotto il colmo di luna piangevo anche da giovane, quando rimorsi ne avevo pochi.
Allamico bello e misterioso capit di trovare la donna giusta, una sarta. E mi vien da dire finalmente perch era sempre vestito male. Adesso invece aveva una che sapeva fare gli abiti, poteva dirsi a posto, pronto a fare bella figura ovunque andasse. Infatti per qualche tempo and in giro vestito come si deve. Durante uno dei soliti scherzi, sospese lamplesso sul pi bello, lasciando la sarta sul letto, nuda e umiliata. Se ne and sghignazzando dopo che si era tirato su i pantaloni. E dopo averle detto che sarebbe tornato lindomani a finire lopera. Lei, in tono sommesso, rispose: Ti aspetto. E lo aspett.
Il mio amico pass alla storia. La storia cupa dei fatti che non di rado accadono nei paesi di montagna, chiusi e spietati come i segreti che li circondano. Lindomani non torn dalla sua bella a riprendere il discorso interrotto. Glielo aveva promesso, ma non mantenne. Si rec da lei tre giorni dopo. Cos mi raccont quando andai a trovarlo allospedale.Notai che era pallido e non aveva fasciature. N in testa, n sulle braccia e nemmeno sul muso. Cosa  successo? domandai. Non sapevo niente, fu una vecchia del paese a dirmi che lo avevano ricoverato durgenza. Mi guard disperato come se avesse visto un santo col quale confidarsi prima di morire. Dai suoi occhi capii che mi aspettava, che mi vedeva volentieri. Allora mi avvicinai e gli domandai di nuovo cosa era successo. Senza dir niente, fece un gesto con indice e medio messi orizzontali, aperti quasi fosse una V di vittoria. Ma non era vittoria. Subito dopo, infatti, li fece scattare come a chiudere una forbice. Andai pi vicino poggiandogli una mano sulla spalla. Ripetei la domanda:
Che ti  successo?.
Me lha tagliato rispose. E raccont. Era andato dalla sua bella per maltrattarla ancora, giocarle unaltra volta uno dei suoi scherzi umilianti. Lei laveva lasciato fare. Ma, prima che lui mettesse in pratica il malsano disegno, zac!, con delle grosse forbici da sarta gli aveva troncato di netto lattrezzo peccatore. Quando si rese conto della mutilazione voleva strangolarla ma dovette rimandare. Se perdeva tempo, si sarebbe dissanguato. Si era premuto un asciugamano sul ventre ed era corso in strada chiedendo soccorso. Lo avevano portato al pi vicino ospedale salvandogli la vita sospesa ormai a una bava di ragno. Laveva scampata ma avevano dovuto rimettergli dentro tutto il sangue perduto, e non era poco. Sul tratto di strada percorso gridando aiuto, aveva lasciato una striscia rossa come se qualcuno fosse passato con un secchio fessurato pieno di colore. Non ho visto la scia di sangue coi miei occhi, cos mi hanno raccontato.
Il mio amico guar abbastanza in fretta, ma tra le gambe non gli dondolava pi niente. Del gagliardo attributo gli era rimasto solo un pezzetto lungo un paio di centimetri. Pensai che quella era davvero una disgrazia, mai avrei voluto trovarmi al suo posto. Io gli volevo bene, cercai di stargli vicino, di sicuro stava passando brutti momenti. Provavo ogni tanto a farlo ridere ma era come far ridere una tomba. Mi pareva che avesse perfino cambiato la voce da tanto era distrutto.E si poteva capire. Per uno come lui trovarsi senza attrezzo peccatore, con tutto quel che laveva usato, non credo fosse facile. Infatti non dur. Bisognava vederlo quando gli scappava da pisciare. Doveva calarsi i pantaloni e spingersi in fuori come un arco e tirare con due dita quel moncolino superstite per non farsela sui pantaloni.
Una sera di luglio andai a trovarlo. Viveva in una casa poco fuori dal paese, sul gobbo della montagna. Il gobbo  un piccolo colle che interrompe la linea ripida del monte.Quass si chiama cos. Per arrivarci bisognava traversare un ruscello che cantava la sua canzone tra le ruvide rocce saldn, quella pietra verde scuro che serve ad affilare i coltelli e tutto quel che deve fare  tagliare bene. Sul ruscello balzava un ponte di legno e due metri pi in basso luceva una fossa di acqua limpida. Quando si traversa un ponte,  istintivo guardare di sotto. Almeno a me mi viene di farlo. come se qualcuno, una voce misteriosa, ti dicesse: Guarda laggi, puoi vedere qualcosa. Qualcosa di nuovo, strano, misterioso. Questo dice la voce a chi attraversa un ponte.Io per credo che sia solo la voglia di guardare lacqua e sentirla cantare. Comunque sia, stavolta la voce aveva ragione, nella pozza dacqua stava un corpo girato di schiena.
Immaginai subito che poteva essere il mio amico, ma per certezza dovevo andar gi a voltarlo. E andai. Lo presi per un braccio e lo girai. Era lui. Mi accorsi di una cosa strana.Era nudo dalla cintola in gi. Tra le gambe non aveva pi niente, nemmeno quei due centimetri che gli erano rimasti dopo il colpo di forbice. Vicino, su un sasso, stavano i pantaloni, le mutande ed un coltello da maiali che intuivo piuttosto affilato. Il mio amico era bianco come il latte e la sua faccia aveva il disfacimento di quando si mette la carne a frollare. Intuii subito cosa aveva combinato. Avr pensato:
Ha senso vivere ridotto in questo stato? Che ci sto a fare se mi manca la parte pi importante? Cos sono gi morto.Meglio che tagli anche lavanzo e crepi sul serio. Infatti aveva reciso il moncherino e sera buttato nella pozza.Evirato due volte. Lacqua aveva favorito un dissanguamento senza scampo. Immaginai che il sangue gli uscisse a fontana, come dalla canna per bagnare lorto. La corrente lo portava lontano senza lasciare traccia. Povero amico, si era ucciso nellunico modo che lo poteva riscattare: perfezionando il lavoro iniziato dalla sarta.
Gli anni passavano e io non ero pi lo stesso. Avevo paura.
Pi che paura era uninquietudine costante. Temevo che prima o dopo capitasse anche a me qualcosa di brutto. Non minteressava crepare ma finire questa merda di vita accompagnato da tormenti e dolori atroci mi spaventava. Nel frattempo son venuto a capire che linferno  da questa parte del mondo, non dallaltra. Di l non c niente, son sicuro.E meno che meno c il paradiso. Per, mettiamo che sbagli, e il paradiso nellaldil ci sia davvero, di quelli che ho conosciuto ce n andati pochi. Anzi, nessuno.  facile fare i buoni, fingere di essere persone a modo, tranquille, perbene e di buon cuore. Questo recitano gli uomini. Invece dentro sono malvagi, feroci e traditori. Almeno io non fingo, sono cattivo e lo dico. Pi che dirlo lo faccio vedere.
Ho parlato dei miei amici perch era necessario, altrimenti la storia veniva mutilata e non si sarebbe capito bene. Per sapere chi eravamo bisogna sapere da che stirpe partivamo.Ovvero da che ceppi erano volate quelle schegge infami che fummo noi tre. Soprattutto chi fu il sadico boscaiolo che mosse laccetta in quegli anni lontani e produsse le schegge.Io sono ancora qui, ma credo per poco. Vecchio, stanco, spaventato da quello che ho scoperto, penso che appena avr finito di raccontare questa sporca faccenda mi far fuori. Come ho accennato, la mia paura  il dolore fisico.Forse perch sono un vigliacco. Tutti quelli che infieriscono sulle donne sono vigliacchi. Anche i miei amici lo erano.E lo era pure il nostro antenato che origin il male. Cos ho deciso di uccidermi. Ma non  detto. Posso anche provare a resistere ed aspettare che il terrore mi scorra addosso come un acido, ricordando il male antico. Chiss che non mi purifichi e magari, perch no, molto vecchio, io possa crepare in pace. Adesso basta parlare dei miei amici. Ne ho abbastanza di quei maledetti. Mi trema il polso mentre scrivo a ricordarli. Ma la verit voleva questo. Chiedo perdono a Dio per loro che non hanno fatto in tempo a chiederlo. O non hanno voluto. E lo chiedo anche per me, se vuole darmelo, altrimenti se lo tenga. Mi arranger, come ho sempre fatto. Non credo in Dio ma mi viene istintivo domandargli perdono. Questo fanno i vili e i paurosi. A chi di preciso domandare non lo so. Se non  Dio sar qualcun altro. Se non c niente chiedo perdono al niente. Forse il niente  il vero unico Dio. Leggendo queste parole, qualcuno potrebbe pensare a modo suo, e dire: Troppo comodo pentirsi da vecchi quando se n combinate di ogni colore!. Ebbene, la gente pu pensare quel che le pare, a me non interessa minimamente.Quello che dico appartiene al passato, mio compito  farlo conoscere, perch prima di crepare vorrei liberarmi di questo peso. E poi chiedere perdono a Dio, bench non creda in lui. Tutto qui. Farlo mette un po di pace alla mia coscienza. Non ho pi certezze. Di una cosa per son sicuro: quando verr il momento, se ancora sar cosciente, non chieder certo un prete per confessarmi. Mai e poi mai.Quelli sono peggio di me e dei miei amici messi assieme.Devono starmi a distanza, i preti. E pure vescovi e cardinali, o li ammazzo con le mie mani. Maledetti bastardi. Forse non saranno tutti bastardi, qualcuno riesce a essere una brava persona. Non dico di no. Ma sono rari come i mirtilli bianchi e la neve nera. A dire la verit, una volta che avevo strane visioni, chiesi un consiglio proprio al prete del paese, ma la cosa fin subito. Sono loro la neve nera che ha coperto il mondo.
E ora basta parlare di preti e dei miei amici. Ho detto anche troppo. Torno nella mia terra, alla mia tragedia, la baita delle voci, per raccontare da l quel che  successo. In quanto a preti, frati, cardinali, vescovi e ordini religiosi in genere, non voglio pi sentirne parlare per quel che mi resta da vivere. Amen.
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CAPITOLO 5. Col piccone alzato.
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Oggi  passato un po di tempo, per lesattezza trentadue anni, e ancora mi chiedo perch il destino mi pose in mano quel piccone. Proprio quello. Da quando ho iniziato a mettere sul quaderno la storia maledetta, mi trovo ancora l, davanti alla baita, col piccone alzato. Sto guadagnando tempo.Perch? Perch quando caler il primo colpo, si sapr tutto e a quel punto non ci sar pace per nessuno. Ma torniamo al piccone. Ne avevo quattro, forse cinque, due dei quali nuovi di zecca, mai usati. Eppure la mattina che decisi di porre mano al restauro della baita, afferrai proprio quello.Tra laltro, pesava il doppio di uno normale. Era un vecchio piccone che mio nonno aveva portato con s dalla Carinzia, dove lavor trentadue anni. Gli stessi che ho impiegato a decifrare il mistero della baita. Era corto, tozzo, grosso due volte quelli normali e aveva un manico di frassino lucidato dalle mani che lo avevano impugnato. Mio nonno se lo trascin dietro per vari motivi. Non ultimo quello di averlo adoperato a lungo in una cava di pietra grigia, quella usata per le case dei poveri. Mio nonno era andato in Austria a fare il boscaiolo. E lo fece. Ma ci fu un periodo che, per vari motivi, non ultimo attriti col padrone, fu costretto a cambiare lavoro. Venne assunto in una cava a toglier sassi. E aveva quel piccone. Doveva rimanerci un anno e ne fece dieci. Lo pagavano bene, aveva trovato una donna, una casa, buoni motivi per restare. Ma poi le cose andarono storte. Con quel piccone mio nonno ammazz un uomo.
Ma devo andare per ordine. Perch mio nonno paterno piant un piccone fino al manico sulla testa di un uomo? E perch sono a conoscenza di questa storia? Me la raccont lui, una sera di maggio, lultimo mese che respir. Un cancro allo stomaco se lo stava mangiando. E lo divor fino alle ossa senza risparmio. Prima di morire mi raccomand di stare attento. Noi disse siamo una stirpe maledetta, tendente a far fuori i propri simili. Anche suo nonno aveva ucciso qualcuno ma, accennando a quel remoto episodio, rest sul vago. Degli altri parenti di solito non parlava, quella volta si sbilanci un poco. Pareva intuisse che sarei venuto a conoscere lo stesso i fatti spaventosi accaduti oltre un secolo prima. Complici trentadue anni di ricerche avrei saputo ogni cosa. Non si scampa a certe verit. Il nonno raccont di s alcune cose. Non molte devo dire. Luomo che si becc la picconata faceva il minatore nella stessa cava. Era il tempo della primavera, quando istinti primordiali si risvegliano nelluomo e lo sbilanciano. Mio nonno aveva trascinato la cuoca del cantiere in un bosco per violentarla.
Ci avevano liquidato, incassai la paga di sei mesi, mi ero bevuto qualche litro di birra. Dopo essermi calato un berretto sulla faccia, presi la cuoca che mi piaceva e la trascinai nel folto. Dopo sarei scappato da quel lavoro di merda.Cos disse mio nonno.
Allepoca aveva circa quarantanni, lei forse cinquanta.
La donna si mise a urlare, un cavatore la sent. Corse in suo aiuto e mio nonno fu costretto a mollarla. Ma non moll limmagine di colui che aveva osato mettersi in mezzo.Anche perch gli aveva urlato: Ti ho riconosciuto. Una sera che calava il vento dalle montagne a far tremare le nuove foglie, si appost vicino alla baracca-latrina. Quando luomo arriv lo fulmin con una picconata sul cranio. La tir dallalto con tutta la sua forza. E mio nonno ne aveva parecchia.Penso che dur fatica a cavargli il ferro dal cranio.
Poi se ne and altrove portandosi il piccone e le altre cose.Prima butt il corpo in una cava coprendolo di sassi, perch non lo trovassero subito e perch le bestie della montagna non lo mangiassero. Una volta tornato al paese natio, mise il piccone sotto la scala e riprese la sua vita senza rimorsi n paure. Infatti quando gli serviva quellattrezzo che aveva ucciso un uomo, lo usava senza problemi.Comunque, questo non conta. Io presi proprio quel piccone e non riesco a immaginare perch. Forse era destino che quella punta trovasse ancora sangue. Seppur secco, sempre di sangue si trattava.
Mentre scrivo questa sporca faccenda, sto ancora col piccone alzato, pronto a calare quel colpo che mi avrebbe cambiato lesistenza. Nel muro che avrei sbrecciato con quel piccone cera tutto. Tutto quello che non sapevo e che mai avrei voluto conoscere. E invece ho saputo e sono morto dentro come lo spirito che evapora da una bottiglia. E allora, prima di dare quel colpo che in realt ho dato trentadue anni fa, voglio spiegare il pi possibile alcuni fatti che capitavano sovente nei pressi di quella maledetta baita. Silenziosi come cani notturni in cerca di cibo, circolavano l intorno come a cercare qualcosa. Alla fine hanno trovato me. E mi hanno divorato. Cercavano qualcuno che li nutrisse. In pratica che facesse sapere al mondo della loro esistenza. Lesistenza di questa storia. Il prescelto sono io, i fatti sono loro: quei cani che giravano intorno alla baita e che mi hanno spolpato a dovere. Ma non ho alcuna intenzione di crepare prima di aver raccontato tutto. Se per qualsiasi inciampo ci non avvenisse, quello che fin qui ho scritto  in mano a chi di dovere, uno di fiducia, che lo render pubblico. E aggiunger a voce il resto che gli ho confessato. La storia che ho scoperto deve essere resa nota a quanta pi gente possibile.E spero proprio non mi manchi il tempo per farlo io.
Finito il mio compito posso anche crepare, di me non mi interessa e agli altri non interesso per niente.
Allora, per tornare alla storia, a un certo punto cominciai a frequentare da solo i ruderi della vecchia baita. Ormai ero maggiorenne, potevo fare quello che mi pareva. Non volevo pi sentire le urla di mio padre, le sue bestemmie nelle orecchie, le sue bastonate sulla pelle. Dovevo liberarmi di quel bastardo. Pi volte avevo pensato di ucciderlo, scegliendo anche larma. Gli avrei sparato con il suo dodici a cinque colpi. Aveva anche la doppietta, sempre del dodici, ma con quella potevo tirargli solo due colpi. Invece io volevo dargliene cinque, non due. Bisogna essere generosi e precisi. Tutti nel petto. In modo da vedergli in faccia la sorpresa della morte. E, ancora, leggergli lodio impotente per non aver intuito che volevo ammazzarlo e correre ai ripari imbracciando per primo unarma. Lo avrebbe fatto senza pensarci due volte. Quello non scherzava, era cattivo e violento. Poveruomo, un vero bastardo. Doveva crepare prima, gli avrei dato volentieri una spinta. Invece  morto di vecchiaia, addirittura nel sonno, senza alcun patimento.Peccato. Meritava di sentire il dolore, tipo qualche cancro che se lo mangiasse adagio come suo padre. Un po per volta, fino alle ossa. Anzi, comprese quelle. Con tutto il dolore che ha procurato agli altri, un poco la giustizia del creato glielo doveva. Invece niente. Ha schivato anche la morte che avrei voluto vedesse mentre gli puntavo il fucile al petto.Peccato. Gente cos deve sentire la paura, il terrore dellultimo istante, deciso non da qualche malattia bens dallodio di altri. Avrei voluto vederlo pregare di risparmiarlo, i vigliacchi e i falsi pregano sempre. Maledetto!
Ricordo ancora quando io e i miei fratelli volevamo bucargli gli occhi coi coltelli mentre dormiva. Lavessimo fatto ci saremmo vendicati a dovere. E lui avrebbe tribolato assai, visto che gli restava parecchio da campare. Credo non vi sia punizione peggiore che vivere senza vedere la luce del giorno, i fiori, le montagne ed il cambio delle stagioni. Ma ora basta, dei miei genitori ho parlato anche troppo. Non voglio pi nominarli n sentirli nominare da altri. Per, di questo non sono sicuro. Pu darsi che le loro vite infami saltino fuori di nuovo prima che finisca questa storia. Perch avrei tante cose da dire, per esempio su mio padre. Cose che gli ho visto fare e che a pensarci, seppur dopo tanti anni, mi vengono ancora i brividi. E mi vergogno di aver taciuto. E dire che  morto senza sapere che io sapevo. Da parte mia non gli ho mai detto niente, n mi sono lasciato scappare qualcosa. Nemmeno quando eravamo ubriachi e si baruffava con le peggiori offese.
Una volta lo vidi mentre assisteva una vecchia che procurava un aborto a una donna infilandole nella vagina un ferro da maglia. Trovai la porta di casa sbarrata ma dentro cera luce ed un fuoco che ardeva. Allora spiai attraverso uno strappo della tendina. E vidi quello che ho detto, n pi n meno. Probabilmente laveva messa incinta lui, anzi, di sicuro.Comunque erano affari suoi, io non mintrigavo. So che la donna rischi di morire per emorragia. Questo so e nientaltro. E se non si fosse ancora capito di che legno era fatto mio padre, vi dico questa. Una sera tornavo dal bosco verso casa. Per arrivarci dovevo traversare il torrente su un ponte di legno e poi una frazione tenebrosa abbandonata dagli abitanti. Veniva gi dalle montagne quel vento di novembre che taglia la faccia e avvilisce lanima. Vicino al capitello di San Gervasio, un faggio tremava. Nelle case vuote tintinnavano i vetri, come se i vecchi abitatori battessero con le dita sulle finestre. Le ombre della sera, piegate come falci, rasavano il selciato invaso da erbe secche e sambuchi scheletriti. Lautunno portava il freddo come laria porta una nuova voce e io pensai al Natale. Allangolo della via, una lampadina solitaria mandava una fioca luce che agitava lanima e ingigantiva la malinconia. Il silenzio pioveva sul borgo abbandonato come neve invisibile. Non viveva pi nessuno in quel grappolo di case. Dovera la gente? Che fine aveva fatto? Era andata via. Lungo il torrente a monte alcuni imprenditori stavano alzando una diga e gli abitanti presero paura, cos avevano lasciato tutto ed erano partiti.Pi in alto il resto del paese stava al sicuro. Sessantanni prima, quando veniva il Natale, nel borgo abbandonato suonava la campana, batteva un orologio. Tra le vie sussurravano voci, ombre intabarrate scantonavano furtive. Nelle case balenavano i fuochi dei camini. Ora pi niente. Tutto era buio e silenzio. Questa divagazione non centra con la storia, gliela dovevo a quella gente, tutto qui... Traversai a mani in tasca quel luogo senza vita e, quando fui verso la fine, dei lamenti mi bloccarono. Provenivano da una casupola fuori mano. Una volta scantonato, notai una finestra illuminata e sentii odore di fumo. Mi avvicinai pian piano montando sul muretto di fronte ai vetri. Dentro cera mio padre con una donna nuda da met in su. Laveva legata ad una sedia e la stava interrogando. Dimmi di qua, dimmi di l, chi era, chi non era. Questo pi o meno le stava chiedendo.Siccome non rispondeva, mio padre la pungeva, o meglio, la tagliuzzava con un temperino sulle spalle e sul petto. Lei gridava. Non arrivai a riconoscerla perch stava di schiena e aveva i capelli scompigliati. Erano scuri e non mi ricordavano nessuno. Mio padre faceva avanti e indietro bofonchiando qualcosa e ogni tanto col temperino le faceva un taglio. Lo sentii dire: Ti ammazzo e ti seppellisco nella latrina. Al tocco della lama la donna urlava e, pur non ricevendo ferite profonde, le sue braccia erano una ragnatela di sangue. Allinizio pensai fosse mia mamma, la sagoma somigliava, ma non era lei. Quando si gir e vidi il profilo fui sicuro che non era lei. Realizzai che quella donna non lavevo mai vista. Era una sconosciuta. Avrei potuto battere alla finestra, palesarmi, dire a mio padre di smetterla.E magari domandargli il perch di quelle sevizie. Invece non feci niente. Mi limitai a spiare un quarto dora o poco pi, senza muovere un dito n fare il minimo rumore. Altro che battere sul vetro! Temevo mio padre, la sua reazione al mio intervento. Ma forse il motivo per cui non mi feci vivo era un altro, molto pi vile ed inquietante. A dirla tutta, non mi dispiaceva che il bastardo torturasse quella donna.Sotto sotto, dopo il primo smarrimento, guardai volentieri quella scena. E ora che la vecchiaia mi si profila davanti, mi accorgo che non sono meglio di lui, anche se certe cose non le ho fatte. Non serve fare per essere.
Comunque, divenuto maggiorenne, mi liberai dal giogo di mio padre e cominciai a fare quel che volevo. Anche a bere ed ubriacarmi con lui presente. Prima lo facevo di nascosto.Quando esageravo con vino od acquavite, andavo a cuccia nei fienili della contrada, senza che se ne accorgesse. Ma a lui non gli fregava che rientrassi o meno. Non gli importava nulla se ero vivo o morto. Alcuni anni dopo cominci a preoccuparsi quando rientravo a casa, non quando rimanevo fuori. Se mi presentavo sbronzo e trovavo ubriaco anche lui, nascevano risse e violenze. Nel frattempo ero diventato forte e lui aveva paura. Allora, quando le baruffe degeneravano, cercava i fucili o i coltelli, a volte la scure. Io ho rischiato di essere decapitato da mio padre. Una volta mi dette una coltellata che parai con la mano. Ne porto ancora i segni. Quando tir il colpo, strinsi la lama nel pugno, ma questa prosegu la corsa e mi slabbr le dita.
Per evitare il peggio, me ne andavo da casa, giravo montagne e boschi, dormendo spesso allaria aperta. Era cos bello passare le notti destate sotto le stelle, protetto soltanto dai rami spioventi dei grandi abeti bianchi. Tornavo sovente alla vecchia baita dei ricordi dove andavo con mio padre da bambino. Rimanevo ore davanti agli antichi ruderi, seduto su un ceppo fasciato di muschio. Contemplavo quei muri che mi avevano incantato da piccolo. Ci andavo anche perch, come ho accennato, a volte in quel luogo nascosto capitavano cose strane. Per esempio, ogni tanto venivano a trovarmi delle donne. Non nel senso che passasse qualche signora da quelle parti. Non era cos. Le mie donne arrivano in sogno. Ma dire sogno non va bene, visto che per sognare occorre dormire. Io non dormivo quando le vedevo.A un certo punto, stando seduto, solo e in silenzio, precipitavo di colpo in un altro mondo. Sotto il sole di luglio o nei venti dautunno, ascoltando i cuculi a primavera o i silenzi dellinverno, capitava che mi perdessi come se non fossi pi sveglio. Ma non dormivo. Entravo in un vuoto, un perimetro di nulla che pareva incoscienza ma non lo era. Sentivo e vedevo tutto. Solo che, in balia di quel perdimento, non potevo muovermi, come se una forza misteriosa mi tenesse fermo o non avessi volont di decidere. E in quei momenti arrivavano loro. Di solito una alla volta, ma anche insieme.La prima mi torment parecchio tempo. Arrivava nella mia testa, questa donna, e io la vedevo l, davanti, come fosse vera. Avr avuto trentacinque anni, forse meno. O forse di pi, non lo so. Mi fissava in silenzio con sguardo triste ed unaria malinconica da farmi quasi piangere. Ogni tanto sorrideva lievemente seguitando a fissarmi. Vestiva le gonne scure e lunghe delle montanare dei tempi antichi. Per in testa non portava il fazzoletto nero. I suoi capelli erano color del rame scurito dagli anni, raccolti in sottili treccioline.La guardavo incantato. Listinto mi portava a toccarla, almeno sfiorarla con le dita. Ma appena allungavo il braccio lei si voltava di spalle e mi accorgevo che da quel lato era vuota. Come se fosse fatta di legno, una maschera scavata a contrasto, davanti reale, dietro inesistente. Poi si voltava di nuovo e allora la vedevo comera, bella e triste, e dimenticavo il vuoto che sapriva dietro di lei. Tutto questo durava s e no un minuto, forse meno, di preciso non lo so. La donna spariva e io mi destavo di colpo da quel doloroso torpore.Dopo qualche giorno il suo volto si sfilacciava, diluiva nella memoria come un vino nellacqua. Di lei mi rimaneva soltanto la visione del corpo vuoto e dei capelli raccolti in treccioline. A volte piangeva puntandomi un dito contro, come a rimproverarmi qualcosa. Io non capivo. Mi pareva di non avere nulla a che spartire con lei. Eppure quel dito era rivolto contro di me. Mano a mano che il tempo passava, la donna cambiava il modo di guardare. Alla fine mi pareva diventata meno triste e pi severa. Ma forse era soltanto una mia impressione.
Passata lestate arriv lautunno e cominciai a vedere unaltra donna. Questa non aveva trecce, al contrario, teneva capelli molto corti, quasi rasati a zero. Ma anche la sua schiena era vuota come quella dellaltra, un vaso di legno segato per lungo. La nuova venuta faceva gesti con le braccia e lanciava maledizioni. A volte appariva assieme alla prima e tutte e due facevano segni di croce verso di me.Pareva volessero cacciarmi come fossi un appestato. Devo confessare che prendevo paura fino al punto che mi svegliavo di colpo da quello stato di trance. Tornavo nella condizione normale tremando come un cane bastonato. A quel punto loro erano gi sparite. A dire la verit, quando aprivo gli occhi, per un po non vedevo niente, come quando si guarda il sole. Andavo spesso alla baita proprio per imbattermi nelle apparizioni. Ma non sempre si palesavano. Potevano passare mesi prima che tornassero a farsi vive.
Dinverno, quando faceva freddo e i boschi gemevano in silenzio sotto il peso della neve, salivo lass con le ciaspe a mettermi in attesa. Qualche volta nevicava. Qualche altra no. Un sole lontano calava ondeggiando come un velo di nebbia dorata a intiepidire appena quel paesaggio ibernato dal gelo. Lunico segno di vita era, ogni tanto, il tenue pit di un ciuffolotto disperso nei boschi. Nientaltro veniva a rompere quel silenzio di sonno e dattesa. Attendevo anchio.Attendevo le mie donne. Non di rado, dopo ore che stavo fermo, mi rendevo conto che avrei aspettato invano, non sarebbe venuto nessuno. Allora, come se il corpo si risvegliasse in quel momento, scoprivo che stavo tremando di freddo. Accendevo un fuoco per riscaldarmi le ossa e ascoltarlo crepitare. Era la sua voce che parlava, la voce amica del fuoco dinverno. Mentre aspettavo le visioni dentro il bozzolo del gelo, invece, non accendevo alcuna fiamma.Avevo scoperto che il borbottio del fuoco rompeva il silenzio immoto dellinverno. Le attese hanno bisogno di pace assoluta. Infatti, mai le misteriose donne apparvero mentre ardeva un fuoco. La neve seppelliva il ciocco sul quale mi sedevo di solito. Ero costretto a tirar gi brancate di rami dagli abeti per farmi una panca isolata. Ma ben presto cadeva altra neve ed i miei rami finivano sepolti. Allora ne tagliavo altri, e altri ancora. Finch non tornava primavera a disgelare i boschi e infiorare gli alberi di gemme e io potevo di nuovo sedermi sul ciocco.
A un certo punto, nelle mie visioni entr una terza donna.
Era passato qualche anno da quando si erano palesate le altre due. Questa mi pareva assai giovane, penso meno di ventanni, con una faccia disperata. Ogni volta che appariva, sembrava molto spaventata. Mi fissava qualche attimo, metteva la testa fra le mani per non vedere, e piangeva.Risultava arduo per me comprendere quelle visioni. E ripeto, non si trattava di sogni perch non dormivo. Ero come intontito da una medicina, una droga o una grossa sbornia.Appena le donne sparivano, rimanevo abbagliato qualche minuto senza vedere niente. Poi tornavo normale, fresco e agile come un capriolo. La testa invece, ci metteva qualche giorno a riprendere posto nella normalit e dimenticare un poco quelle immagini. Allinizio, pur rimanendo scosso, non ci badai pi di tanto, anzi, la situazione mi incuriosiva.Volevo vedere quanto durava, come andava a finire, che cosa sarebbe accaduto.
Una volta domandai a un amico medico, un certo dottor Bianchini, il perch di tali fenomeni. Dondolando la testa disse che era perch bevevo.  vero, in quel periodo bevevo molto. Vino e acquavite. A dire la verit ho sempre bevuto, fin da giovane. E bevo soprattutto ora, che sono vecchio e ho scoperto la storia che mi sta uccidendo.Insomma, creper bevendo ma non importa. Dopo le parole di Bianchini provai a smettere un po e vedere se cambiava qualcosa. Rimasi senza alcol nove mesi. Allinizio fu difficile, avevo crisi di panico, ansia e batticuore. Insomma, stavo male ma non mollavo. Per le cose non cambiarono, seguitai a veder le donne. In nove mesi mi apparvero cinque volte. Allora tornai da Bianchini, il quale disse che, causa il vino, ero diventato matto. Tutto qui concluse, per non sembri pericoloso, puoi tirare avanti lo stesso. Non gli dissi che per sostenermi prendevo polvere di belladonna. A quel punto ricominciai anche a bere e non ho pi smesso. Per Bianchini mi aveva inoculato il veleno del dubbio. Forse ero davvero matto. Incominciai a preoccuparmi. Mi consigli di farmi ispezionare da un medico apposito. Quelli, per intenderci, che tentano di rimettere in fase i cervelli andati fuori giri. Ma concluse se vedi donne penso sia troppo tardi. Poi mi salut dicendo:
Comunque, sempre meglio vedere donne che uomini.
Lui rideva, io no.
In un momento di sconforto andai a raccontare tutto al prete del paese, anche se lo detestavo. Prima di tutto mi bened con lacqua santa, poi, anche lui, disse le cose che mi aveva ripetuto Bianchini. Era lalcol. Allora io pensai che Bianchini poteva fare il prete ed il prete poteva fare il medico.Per aggiunse, era anche probabile fosse opera del diavolo. Alla fine mi domand se con quelle donne commettevo atti impuri. Immaginavo arrivasse l. Gli brillavano gli occhi al vecchio sporcaccione.
Magari risposi non si fanno nemmeno sfiorare. Se ci provo voltano la schiena e dietro sono vuote come bottiglie rotte.
Parve deluso. Allora, anche lui come Bianchini, mi indic uno di quei medici che provano a rimettere in fase i cervelli.Disse che costui se ne intendeva di simili faccende. Me lo garantiva. Confess che cera stato pure lui da questo specialista, perch anche lui era tormentato dalle donne. Ma specific non nelle visioni, bens nella realt.Che genere di donne? osai chiedere.
Giovani rispose. Molto giovani.
Non serviva domandare niente. Ero a conoscenza che palpeggiava le bambine, in paese lo sapevano tutti, ma a quei tempi i preti erano molto temuti. Conveniva stare zitti.Comunque erano affari suoi, a me non fregava niente di quel che faceva nel privato. E nemmeno in pubblico. Lo salutai senza stringergli la mano.
Il giorno dopo andai nella citt di valle, da questo medico dei pazzi che mi aveva indicato. Costui mi fece una montagna di domande. Sulle mie risposte si soffermava serio, dondolando la testa in segno negativo. Era come se, a ogni parola, la situazione precipitasse dal male al peggio. Pareva che tutto quello che dicevo gli rivelasse il mostro che dormiva in me. Io cercavo qualche delucidazione in merito alle visioni ma lui tirava lungo la sua linea. Voleva sapere, dalla a alla zeta, che ne pensavo delle femmine. E io ovviamente rivelavo tutto e, devo dire, con sottile piacere. Alla fine mi chiese se nel corso della vita avevo ucciso qualcuno. S, ho ucciso camosci, caprioli, cervi raccontai. E aggiunsi via via tutte le specie di fauna che avevo cacciato nel corso degli anni.
Niente furbate disse piuttosto seccato, a fare i furbi non si guarisce n si guadagna. Non intendevo quella roba l.
E cosa, allora?
Intendevo se aveva ucciso qualche essere umano, nella fattispecie donne.
Mi pare di no risposi, se ben ricordo non mi risulta, a meno che non me ne sia dimenticato.
Bene, se non lo ha ancora fatto sappia che lo far presto concluse quel balordo specialista di cervelli che, in quanto a giudizi sulle donne, pareva ben peggio di me.
Gli risposi che tutto  possibile, i fatti nascono dalla testa e dal destino. Certo, poteva capitarmi di uccidere qualche donna, forse anche pi di una. Non si sa mai cosa pu fare un uomo nella vita. Cos gli dissi. E me ne andai perch delle visioni non fece parola. Prima chiesi quanto gli dovevo. La risposta fu: Niente. Mi guard come se provasse per me una certa stima o simpatia. Al momento di separarci disse:
Sappia che se lo far io sar con lei, star dalla sua parte.
Se far cosa? domandai incuriosito.
Se ammazzer una donna rispose serio. Io le donne le odio quanto lei e forse anche di pi. E se ne toglier di mezzo qualcuna non pu farmi che piacere. Detto questo mi indic la porta.
Me ne andai da quel posto che percepivo ostile. Mi ero recato da quel medico per curiosit e per capire qualcosa di me stesso. Ma quel che aveva stilato a mio riguardo lo sapevo gi da quando avevo iniziato a ragionare.
Molti anni dopo ripensai a lui. Quando scoprii la brutta faccenda che sto raccontando, mi torn in mente quel tipo.E mi sono chiesto pi volte se per caso anchegli non fosse legato da vincoli di parentela alla nostra stirpe. Visto come parlava delle donne, poteva darsi benissimo. Avevo passato i sessantacinque anni quando tornai in quella citt di valle.Cercavo sue notizie per curiosit, forse sentivo qualcosa.Era morto da tempo, mi dissero. Da molto tempo, ma tutti lo ricordavano ancora. Non perch fosse stato cos brillante nel lavoro da lasciare un segno indelebile. Nemmeno per aver ripristinato il cervello a qualche centinaio di pazienti.Lo ricordavano perch era morto in galera mentre scontava due ergastoli. Era diventato uno spietato assassino di donne. Ne aveva uccise cinque. Dopo averle stuprate e seviziate, le aveva sepolte tra i campi della sua tenuta di campagna.Altre erano scomparse nei paraggi. Si sospettava di lui anche per quelle sparizioni, ma non esistevano prove.Cinque comunque potevano bastare. Pensai a quel remoto incontro di molti anni prima, nel quale lesperto aveva visto in me un potenziale uccisore di donne. Lui che studiava il male nei cervelli degli altri, aveva trascurato il suo. E credo che, inconsciamente, volesse attribuire a me listinto omicida che agitava la sua mente. Da quel lontano pomeriggio, ho avuto spesso difficolt mentali per via dellalcol.Ma giuro che non ho mai pi bussato agli studi di tali specialisti.Non ce lho con loro, semplicemente li ignoro. Per me non esistono.
Ma torniamo alla baita e ai fatti che spesso giravano intorno a quei muri solitari come cani affamati in cerca di cibo.
Ero lass che ascoltavo il canto del fuoco, di fronte a quei poveri muri sepolti di neve. Alimentavo le fiamme sovente poich il freddo mi avvolgeva col suo pastrano ghiacciato.Cera il silenzio dellinverno rotto soltanto dallo scoppiettio delle faville che salivano in cielo. Vorrei che tutti, almeno una volta, sentissero quel silenzio. Trovare legna buona non era difficile. Bastava spostarsi qualche metro per imbattersi in totem inquietanti, alberi morti, secchi in piedi, duri come osso. Non serviva nemmeno la scure o la roncola. Bastava un colpo ai rami per farli cadere sul marmo bianco della neve con un suono di vetro infranto. Stava venendo sera e io ero l, che mi scaldavo a un fal di rami, nel pieno dellinverno. Mi pareva che il passar delle ore facesse aumentare il freddo. Ma rimanevo l. Volevo passare un po di ore lass, davanti a quei sassi misteriosi, tenuti insieme da malta povera, fatta di calce e ghiaia di rocce frantumate, ingiallita dal tempo. Sarei sceso dopo mezzanotte, sotto la luce della luna, con gli scarponi a battere i crik crok sulla neve pietrificata dal gelo. Mentre aspettavo le ombre della sera seduto accanto al fuoco, pensavo alla vita, ai problemi che avevo con le donne. Vedevo mio padre, mia madre. Vedevo i miei fratelli con i loro guai, sospesi su voragini di vizi e disgrazie. Mi facevano pena. Pensavo allo sfacelo della mia famiglia, ridotta a brandelli da una rissa continua per via dellalcol. Ancora non sapevo, e neppure immaginavo, che non erano soltanto il vino e lacquavite la causa del nostro disastro. Il fallimento completo, senza scampo n ritorno, veniva da lontano, portato dal passato cruento del nostro antenato. Quel boia segreto trascinava con s la maledizione come una capra al guinzaglio.Una nube nera agganciata alla corda delle conseguenze avanzava in una sola direzione, gravida di escrementi e sangue. Il mio piccone, quello che il nonno aveva portato dallAustria, la avrebbe bucata e tutto il marcio mi sarebbe caduto sulla testa. Solo a me. Ero rimasto lultimo della stirpe, dovevo insozzarmi io. Non sapendo ancora nulla, imputavo allalcol tutti i miei guai e quelli della nostra disgraziata famiglia. Perci tiravo avanti nellillusione che quando, o semmai, avessi smesso di bere, tutto sarebbe filato liscio. Illuso! Ci avevo provato ma non cambiava nulla.Mi assalivano le visioni, con o senza alcol. Nonostante i fallimenti, per, speravo sempre. Se non le visioni, smettendo di bere almeno avrei eliminato il malessere che mi afferrava alla gola. Un malessere non fisico bens mentale.Era il dolore e la disperazione del vizio, coscienza lucida del disastro, sapere che stavo buttando via la vita. Questo era, e non riuscivo a fermarmi.
La prima volta che sentii raccontare nel dettaglio del pivasn fu proprio lass, alla baita dei misteri. Fu anche la prima che udii il suo lugubre lamento. Quel rantolo inquietante come se provasse un orgasmo doloroso. Ero con mio padre, ai tempi, e, nonostante tutto, sandava per monti assieme.Quella volta eravamo a cacciare forcelli, verso la fine daprile. Per aspettare lalba ci fermammo alla baita, stesi sotto un abete bianco. Avevo dieci anni, forse meno, non so.So che mi piacevano quelle notti avventurose. Sono lunico ricordo buono che ho di mio padre, anche se a volte finivano male. Bastava un errore ed erano botte. Le pache, le chiamava. Te don na carga de pache diceva prima di passare allazione. Voleva dire Ti do una carica di botte, tutto qui. Quella notte faceva freddo lass, dissi a mio padre di accendere il fuoco. Scemo. Il fuoco attira le guardie e allontana animali e uccelli. Mette in allarme tutti, forestali e bestie. Il fuoco  un premio e lo si accende solo dopo esserselo guadagnato. O al massimo per non crepar di freddo.Tali erano le teorie di mio padre e bisognava attenersi a quelle. Non vi erano ragioni da opporre, n obiezioni di sorta. Cos, quella notte, venni a sapere che il fuoco  un premio e bisogna guadagnarselo. Forse, quelluomo cinico e spietato, impermeabile ai sentimenti come il muro di una diga, non sapeva che tutto quel che otteniamo dallesistenza va guadagnato, e non solo il fuoco. A me la vita non ha regalato niente. Ho dovuto guadagnarmi tutto, anche laria per campare. Appena nato, mi ammalai di polmonite e non respiravo pi, rischiai di morire. Tenni duro e non crepai.Sarebbe stato meglio, tanto dolore in meno. Ho dovuto guadagnarmi ogni centimetro di vita, ogni respiro, ogni minimo traguardo. E non  servito a niente. Non ho potuto andare a scuola. Ho fatto le elementari. Per ho studiato per conto mio e di questo sono contento. Ma nemmeno questo  servito a niente. Mio padre quella notte disse che il fuoco andava guadagnato e aveva ragione. Ma non solo quello. Tutto va guadagnato, anche la morte.
Ma torniamo a quella notte.
Allora ci avvoltolammo ognuno nella giacca cacciatora e aspettammo lalba nel gelo dentro un silenzio che mi portava inquietudine. Fu l, sotto labete bianco, che a un certo punto udii quel pigolio impressionante. Allinizio mi incuriosii non poco e rimasi in ascolto. Pensavo finisse presto, ma il lugubre lamento perdurava e mi agitai. Mio padre dormiva.Lo svegliai. Quello dormiva anche se veniva il terremoto.Non aveva paura di niente. Credo fosse perch, a quel punto, non aveva pi niente da perdere. Lho visto ronfare sotto la pioggia in una conca di pascolo, sui monti delle Pale. Allora, dicevo, lo svegliai toccandogli una spalla per chiedere cosera quel verso. Ascolt in silenzio, molto attento.Poi sussurr:  il pivasn, che sta succhiando sangue ai ciuffolotti. E cominci a raccontarmi di questo uccello misterioso, dal becco lungo e sottile come una siringa, che viaggia di notte a dissanguare tutto ci che gli arriva a tiro.
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CAPITOLO 6. Il pivasn.
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Mio padre cominci cos: Il pivasn  un uccello maledetto, che vola soltanto nel cuore della notte. Non perch gli piace il buio, tuttaltro. Quel bastardo profitta della notte perch le bestie dormono, cos pu aggredirle. Ogni vita nel sonno non ha pi forze ed a quel punto lui parte. Si sfoga pi che altro sugli uccelli che quando dormono sembrano morti e non reagiscono. Ma non rifiuta di piantare il suo chiodo dacciaio anche nel collo di lepri, marmotte, scoiattoli e piccoli animali. Destate  goloso di ghiri che stana dappertutto e dissangua fino allultima goccia. La leggenda dice che chi lo incontra di giorno ha vita breve. Ma io lho visto una volta e sono ancora qui. Anche altri lhanno visto e sono vivi. Comunque, la leggenda dice questo, e allora chi  facile a impressionarsi meglio che non lo veda. So per di gente morta entro lanno, dopo averlo incrociato di giorno. Pilo dal Crist per esempio. E altri che non sto a fare lelenco. Io lho visto e non sono crepato. E questo va bene. Per devo dirti una cosa: da allora non mi  pi andato dritto niente.Ho sempre fatto una vita infame. Specie dopo aver sposato quella troia di tua madre. Ma anche senza di lei andava tutto storto. Sono morto dentro ormai.  tanto tempo che non va. Cominci quando vidi quel maledetto pivasn in pieno giorno. Non ci badai ma ho dovuto ricredermi. Allora ricrdati, in un modo o nellaltro, le leggende sono sempre vere e prima o dopo fanno tornare i conti. Se timbatti nel pivasn al chiaro del giorno, dentro o fuori crepi comunque.Ero impressionato. Ascoltavo quelle parole senza fiatare.
Intanto, con laltro orecchio, seguivo il rantolo funebre del pivasn, che a pochi metri produceva i suoi orgasmi di sangue. A un certo punto, sottovoce, chiesi a mio padre se fossero morti dentro anche quegli altri che lo avevano visto ed erano ancora vivi.
Morti e sepolti rispose deciso, marci e sfatti anche se ancora camminano. Sembrano vivi ma sono spenti, tizzoni bagnati senza fumo. Hanno linferno nellanima come me.Morti in piedi che aspettano di cadere. Ascolt di nuovo luccellaccio esalare il suo lamento feroce. Sentilo, il bastardo disse. Pareva che il torvo uccello tribolasse, invece se la godeva. Mi venne istintivo pensare che avesse succhiato molti ciuffolotti, e chiesi a mio padre conferma. Non sempre rispose, ma pu essere. Di solito basta ne buchi uno per pigolare a lungo. Quando lha svuotato se la canta anche per ore. Se smette  solo perch ne ha visto un altro. In quel caso arma il becco e parte. Se ce n cento, ne fa fuori cento, senza risparmiarne uno.
Domandai come poteva succhiare il sangue a tanti ciuffolotti e non scoppiare. Lo sputa disse cinico mio padre.Non buca per fame, lo fa per uccidere. Ci prova gusto, per questo miagola come una troia. Non solo luomo uccide, tutta la natura vivente fa fuori qualcuno. Osai obiettare che gli alberi non fanno fuori nessuno. Si vede che sei scemo disse mio padre e anche orbo. Non hai mai visto alberi che si buttano sopra altri, gli crescono addosso e li soffocano?No? Mai visti? Bene, te lo dico io allora. Un amico di mio padre mor sotto una pianta. Gli cadde in testa.Anche gli alberi uccidono.
Per troncare quel discorso perso in partenza, tornai al pivasn che mi intrigava di pi. Non si vede mai il sangue che sputa chiesi. Mio padre rispose in maniera pi tranquilla:
Qualche volta, nelle mattine fresche di primavera, avanti che arrivi il sole a intiepidire la terra, puoi vedere sulle erbe secche macchie rosse larghe una mano. Le trovi anche sulla neve o lungo il fusto degli alberi. Cosa credi che siano quelle macchie?. Avevo intuito cosa fossero, non ci voleva molto acume, ma preferii tacere. Come al solito, credendo non avessi capito niente, sbott: Ritardato!  sangue, il sangue in pi che sputa il pivasn.
Chiesi: E tutti gli uccelli, ghiri e piccoli animali che uccide, perch non si trovano? Dovrebbero rimanere sul posto.
Li nasconde disse mio padre, quello  preciso, non lascia niente in vista. I corpi rinsecchiti li infila nei buchi della roccia, nelle fenditure del terreno, in tane di animali, nei vecchi ceppi disfatti dal tempo e dal marciume. Non dicevo niente. Nel buio della notte mi pareva diventato lui il pivasn. Forse lo era davvero, i numeri ce li aveva. Cattivo, crudele e spietato. Questo era mio padre. E posso aggiungere vigliacco, violento, bastardo, carogna, falso e ignorante.
Ho fatto un po di conti: potrei riempire dieci pagine con gli aggettivi che gli erano propri. Quando studiavo per conto mio, comprai un vocabolario col proposito di trovarne di nuovi. E li trovai. Tutti per lui. Per esempio, potevo dire subdolo, maligno, perfido. Erano perfetti per quellanimale.Poi scoprii che molti volevano dire la stessa cosa, allora lasciai perdere. Ne conservavo comunque una buona scorta che ripetevo a mente ogni volta che mi era vicino. Ma torniamo a quella notte. Avevo sentito notizie del pivasn, specie dai vecchi, nei racconti della sera accanto al fuoco. Mai per cos dettagliate. Ci volle mio padre a farlo. Gli dissi di star zitto, volevo sincerarmi se luccellaccio cantava ancora. Ma dire che quello del pivasn  un canto non va bene. Non  esatto. Il suo  un mugolio atroce, un verso che fa tremare i polsi e battere il cuore di paura.  come il lamento finale, lultimo spasmo di un uomo che viene torturato e non pu urlare. Qualcuno gli preme una mano sulla bocca, pu solo mugolare. Questa  la voce del pivasn, altro che canto! Io e mio padre, accucciati uno accanto allaltro, ascoltammo se si udiva ancora il pauroso verso. Niente. Ormai non cera pi nulla che tagliasse il silenzio di quella notte senza luna.Dissi a mio padre che volevo accendere la pila e andare a vedere se cerano ciuffolotti senza sangue. Se non si pu accendere il fuoco, tantomeno la pila. Le luci di notte fanno sempre danno. Ricordalo. Solo per chiamare aiuto si accende qualcosa. Per il resto, aspetta lalba, la luce verr da sola rispose. Insistetti nel mio proposito ma lui dopo un lungo silenzio disse: Lascia perdere,  meglio per te. Cos lasciai perdere, come mi aveva consigliato. Siccome mancava ancora tempo prima che il filo dellalba muovesse i forcelli, gli chiesi altre notizie sul pivasn. Perch ti interessa quellaffare l? disse. Perch non si fa vedere, vive nel mistero ed  cattivo. Per questo mi interessa. Non sapevo che rispondere, bofonchiai quel che mi venne in mente. Tutti siamo cattivi sentenzi mio padre. In ognuno di noi c un pivasn che ruba sangue e tu non credere di essere meglio.Nellinconscio allucinato di quella notte senza luna, sentii che luccello spaventoso prima o dopo avrebbe trapassato la mia vita. E cos fu. Lo percepivo con una certa paura.E, allo stesso tempo, avevo la curiosit di scoprire cosa avrebbe portato quel dannato uccello. Che sarebbe successo negli anni? Gi allora, anche se non ben definite, vedevo profilarsi le lontane macerie del futuro. Chiesi a mio padre di dirmi ancora qualcosa. C poco da dire sibil, dove passa lui passa la morte. E si profuse in spiegazioni e racconti piuttosto cupi, fantasie che forse nulla contenevano di vero, ma facevano accapponare la pelle. Una volta disse, cera gi in paese una vecchia che non poteva camminare.Viveva in una casa a margine del bosco. Il figlio, un bevitore perso, a primavera la metteva ad asciugarsi lumido delle ossa su una logora poltrona, fuori casa, al sole di maggio. La lasciava fino allimbrunire, e anche oltre, quando rientrava ubriaco. Lunica compagnia della donna era il canto degli uccelli, compreso il cuculo che le ricordava anni migliori. Vicino cera un tavolo con un fiasco dacqua e nientaltro. Verso sera gli uccelli cantavano ninne nanne tutti insieme, poi veniva silenzio. La notte tirava la sua tenda scura e tutti andavano a dormire. Il figlio si dimenticava della povera vecchia. Tornava sovente dopo mezzanotte, ubriaco e astioso col mondo intero. Portava la mamma in casa e accendeva la stufa per riscaldarla. Una notte saccorse che era pallida. Imput quel pallore di neve allet e al poco che mangiava. Nonostante tutto seguit a metterla nel cortile, che asciugasse le ossa. Quando rientrava la portava in cucina. Dopo una settimana in cui ci fu bel tempo la vecchia mor. In virt di quel figlio sciagurato, aveva potuto godersi lultima primavera. Allaria aperta, sotto la volta del cielo, tra il canto degli uccelli e la voce del ruscello.Successe una notte tiepida verso fine maggio. Il figlio la riport in casa bofonchiandole addosso qualcosa, ma la mamma non rispose. Era trasparente come una boccia di vetro, pallida e fina come neve polverosa. Morta. Alcune donne lavarono il suo corpo per vestirla bene e saccorsero che aveva numerosi buchi sul collo. Sottili e precisi come prodotti con un ferro sottile. Era stato il pivasn, anzi, pi di uno.Venivano di notte a succhiarle il sangue. Il figlio, sempre ubriaco, non se nera mai accorto e questi le avevano tirato fuori fin lultima goccia. Furono le donne che la vestirono a dire al figlio di quei buchi. Allora lui ricord le ultime notti, quando rientrava sbronzo a recuperare la mamma. Udiva dei versi mostruosi sugli alberi dintorno. Non ci aveva fatto caso, n gli interessava capire. Era sbronzo disfatto e quando si  sbronzi a quel modo non si bada a nulla, n si ha paura di nulla.
Ascoltavo affascinato. Mio padre prosegu: Per, del pivasn quellubriacone sapeva benissimo e non sazzard mai pi a dormire nel bosco come capitava spesso. Questo successe. I pivasn avevano seccato la vecchia asciugandole tutto il sangue. Cos concluse mio padre. Gli chiesi se chiunque dormisse allaperto corresse il rischio di essere attaccato dal pivasn.
No rispose, niente pericolo, nessuno che io sappia  mai stato attaccato dal pivasn.
E la vecchia? domandai.
La vecchia non si sa come lhanno succhiata. Forse perch era inferma e i pivasn lo sapevano. Ma pu darsi che sia una balla ed  morta per qualcosaltro. Oppure lha uccisa il figlio per avere la roba. Se uno beve  capace di tutto.Chi pu dirlo? In quella faccenda niente  sicuro, a me lhan raccontata cos e cos la ripeto.
Dissi: E quei buchi sul collo?.
Si fa presto a fare buchi rispose mio padre, si fa presto a fare tutto, basta un buon motivo e coraggio per agire.Comunque, la storia che ho sentito  questa. Ma ce ne sono altre che ascoltavo da mio nonno. Una in specie mi impression da spaventarmi per anni.
Raccontala dissi. Stava per sorgere lalba, lontano sentivo un gufo tribolare il suo rantolo triste. I primi uccelli attaccarono a fare pit. In alto luceva appena lultima neve delle cime. Nel cielo arriv una specie di chiarore come un latte annacquato. Era ora di recarci alle poste, i forcelli non aspettano e sono molto cauti. Quando attaccano a cantare, bisogna essere l.
Andiamo disse mio padre, te la racconto dopo. E si and. Come anime disperse nella notte che finiva, ci avviammo verso il nostro destino.
Uccidemmo due forcelli, uno a testa. Poi lentamente si torn ai ruderi della vecchia baita. Ormai era giorno fatto ma il sole non spuntava dal costone a regalarci un po di tepore.Allora, visto che a quel punto mi ero guadagnato il diritto di scaldarmi, dissi a mio padre che avrei acceso il fuoco. E lo accesi. E l, accanto alle fiamme, seduti su un albero caduto, mio padre mi raccont unaltra storia riguardo al pivasn.Una donna del paese destate andava col marito sui pascoli di Carmela a fare il fieno. Laggi, nella casa di valle, consegnava il figlio, un bimbo di nove mesi, in custodia alla madre. Destate fa caldo, di notte si lasciano le finestre aperte. Il bambino dormiva nella culla accanto al letto della nonna. I genitori rimanevano sul monte almeno una settimana, occupati nel lavoro. Lo facevano ogni estate e non era mai successo niente. Ma una notte cos non fu. Arrivarono i pivasn. Si presume tanti. Succhiarono il bimbo e la nonna.Forse impiegarono pi di una notte, osserv mio padre mentre raccontava. Chiesi che fosse pi chiaro, ma non seppe dirmi altro. Seguit a parlare di quella notte. Dopo una settimana scesero dal monte i genitori, chiamarono ma nessuno rispondeva. Non ottenendo voce, andarono di sopra, nella camera da letto. Videro questa scena. Di fronte a loro, stavano due spugne secche, pallide e raggrinzite. Il bambino pareva una bambola di pezza strizzata a due mani. La nonna uno straccio contorto e striminzito. Il padre divent matto e subito si mise a cacciare i pivasn. Erano stati loro, senza dubbio. I corpi sembravano colabrodi, centinaia di forellini li ricamavano dappertutto. Luomo andava in giro tutte le notti, piangendo e urlando con lo schioppo carico ma non ne becc neanche uno. Non port a casa nemmeno un pivasn, in compenso follia e odio lo condussero alla morte. La mamma del bimbo non reag meglio. Intanto che il marito cercava gli uccellacci, lei vegliava le salme rinsecchite.Dopo aver sistemato la madre su una sedia, le aveva messo in braccio il bimbo, che lo cullasse nella morte per sempre. Quellorrenda maternit, o deposizione, era fatta di corpi secchi e duri come il legno, che parevano imbalsamati.Lei stava tutto il giorno e tutta la notte a vegliare i corpi sforacchiati dai pivasn. Una mattina il marito non torn.Si era sparato un colpo al petto, in una radura vicino al torrente. Anche lui aveva forellini sul corpo e sulle braccia.Probabilmente, quando cap che morte lo aspettava, volle finire prima. Intanto erano passati dieci giorni dal fatto. La donna seguitava a vegliare i morti. Non mangiava, beveva soltanto acqua dalla fontana. Finch una cugina non and a farle visita. E scopr il macabro altare, con la donna che vegliava i corpi parlando con loro come fossero vivi. Venne internata in un manicomio. Nonna e bimbo furono seppelliti nel camposanto del paese.
Queste erano le storie che circondavano linquietante figura del pivasn. E non erano solo queste. E qui devo fermarmi, non interessarmi dei pivasn, ma parlare invece della mia storia che mi sta scappando via. Tanto, luccellaccio torner ancora in questa faccenda. Quello  uno che non molla la preda finch non lha svuotata. Di solito lavora da solo, ma quando la vittima  grossa fa un verso e chiama gli altri.Allora sono guai.
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CAPITOLO 7. Il colpo.
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Adesso basta, lho tirata fin troppo lunga,  ora che abbassi il piccone e dia quel colpo che in realt ho dato trentadue anni fa. Stavo, come ho detto, incominciando i lavori alla baita del mistero. Avevo gi pulito le sterpaglie, tagliato alberi e cespugli che soffocavano tutto. Avevo liberato con pazienza e fatica le pietre buone, sepolte dal tempo e dalle ortiche. Mi ero premurato di recuperare i legni vecchi, che sporgevano come mozziconi urlanti dalle macerie e dai sassi.Erano travi, tavole e scandole di larice che mai avrei creduto ancora buoni. Invece erano integri, sani come ghisa, linterno rosso sangue proprio dei larici cresciuti sul magro.Li avevo accatastati a parte con molta cura. Non tanto per usarli di nuovo, cosa che peraltro avrei fatto, ma perch volevo salvare la memoria di quei legni. Avevano visto la vita nella casupola, erano stati partecipi della stessa, erano stati testimoni oculari di quel che era successo l dentro. Per questo non potevo bruciarli o buttarli via. Insomma, prima di abbattere lintercapedine e guadagnare un po di spazio, trafficai molti giorni a preparare il terreno come il contadino prepara la terra. Feci ordine e pulizia perch quando si lavora, nei dintorni non ci devono essere inciampi. E non fu impegno facile. A volte dormivo lass, sotto labete bianco, e di notte sentivo quelle voci che ho gi detto. Tanto  vero che pi volte mi venne limpulso di lasciar perdere tutto e tornare in paese. Laggi una casa ce lavevo, mi poteva bastare.Poi per quelle voci si spegnevano e io pensavo di averle immaginate. O che erano create dal vino. Lass mi portavo da bere, e non poco. La baril da tre litri non mi bastava e quella da cinque alla sera era quasi vuota. Lavoravo, faticavo assai perch il vino a me non mi faceva niente.Intendo dire che la mattina dopo una sbronza non stavo male, n avevo stanchezza o dolore di testa. Robe cos, mai avute. Anzi, mi alzavo di scatto, pi arzillo di prima. Lunica colpa del vino  che mi toglieva la testa, avevo visioni, sentivo parlare, urlare. Erano voci sempre tragiche, grida di dolore, mai un sorriso od un canto. Forse dipendevano anche dalla belladonna.
Ma adesso devo tornare alla baita. Quando tutto fu pronto, prima di fare il tetto decisi di togliere quella parete che secondo me nascondeva unintercapedine. Infatti, quando ci battevo su col piede suonava falsa, come se dentro fosse vuota. Stramaledetta la volta che decisi di calare il piccone!Se lasciavo tutto comera, e potevo visto che spazio ne avevo abbastanza, non avrei scoperto quello che ho scoperto.Non avrei saputo quel che so ora e la mia vita non sarebbe morta quel giorno. Ma, come ho scritto allinizio di questa brutta faccenda, non sappiamo quel che succede quando compiamo unazione. La si fa perch ci va di farla. O siamo costretti. Se uno apre la porta di casa per entrare, la apre e basta. Se poi dietro la porta c un ladro che gli spacca la testa mica lo sapeva. Per a me  andata male, dietro la porta cera il ladro. E mi ha tolto le budella oltre che rotto il cranio.
Mi viene da bestemmiare, un rosario di cani e porchi, e mentalmente lo faccio spesso. Mai a voce alta. Il suono della bestemmia non mi piace, anche se non credo in Dio. Soltanto, sono dellidea che la bestemmia abbia un brutto suono.Oltre che indisporre le persone che sentono, avvilisce gli animali del bosco, gli uccelli, gli alberi e perfino lerba. Cos penso io, che non credo in Dio e quindi bestemmio. Solo a mente per. Quando lo far a voce alta, magari urlando, allora non vi sar pi tempo per nessuno, lo garantisco.
Prima di cominciare a picconare, mi sedetti su una pietra a prendere un po di fiato. Era come se sentissi che doveva capitare qualcosa. Fissavo quella parete di calce ingiallita dal tempo e dal fumo di un remoto camino. Contornata alla base da muschio e ortiche, pareva mi chiamasse. Presi un sasso e glielo lanciai contro. La parete rimbomb come una tomba. Allora tra di me dissi che era venuto il momento.Avevo altre cose da fare, forse pi urgenti, ma decisi di tirar gi quel maledetto muro. Bevetti un sorso di vino per darmi un po di forza. O forse coraggio, di preciso non lo so. Ma coraggio non credo, visto che in quel momento non avevo alcun timore. In fondo, di cosa avrei dovuto averne?Mica sapevo quel che mi aspettava.
Bevvi un po di vino perch sono alcolizzato. Sono alcolizzato perch mi piace il vino e perch tendo al vigliacco.Ma soprattutto perch mi sento fallito. Allora mi son messo a bere e quello so fare bene. Intanto che pensavo queste cose, fissavo ancora il muro. Finch mi alzai, presi il piccone di mio nonno, quello che aveva ucciso un uomo, e mi avvicinai.Sferrai il primo colpo con pi forza che potevo. E credetemi, ancora ne avevo parecchia. Mentre battevo ebbi la sensazione di voler fracassare il cranio a qualcuno per vedere cosa contenesse. Fu il ricordo di mio nonno a scatenarmi quel pensiero? Fatto sta che al primo colpo il muro di terra e calce si sbriciol aprendo un varco. Infilandoci il piccone feci leva. Una grossa fetta di parete si stacc e venne gi di schianto, lasciando un vuoto a forma di caverna. Da l, da quel colpo, la mia vita cambi, anzi, posso dire si spense.Liberato dalla lunga prigionia, lo squarcio esal un respiro di sterco e muffa antica, un fiato stantio di carne secca e foglie morte. Il naso sirrigid nel tanfo e per poco non vomitai.Dalla polvere del crollo rotolarono ai miei occhi alcune forme strane. Si trattava di figure contorte, marrone chiaro, ed erano tre. Subito non mi resi conto. Ne agganciai una col piccone e la tirai allaperto. Nel fare questo le altre rotolarono una sullaltra come quando si disfa la catasta di tronchi.Mi accorsi che avevano forme umane e rimasi annichilito.
Erano mummie, tre mummie di donne. Dure e secche come legno. Il tempo e la mancanza daria nella tomba tra i muri le avevano tostate come chicchi di caff. Erano nude, i volti rinsecchiti e contorti in smorfie spaventose. Visi allucinati, deformati non solo dallazione essiccatrice del tempo che tende a restringere ma, per quel che osservai, da un terrore indicibile. Un incubo mostruoso, rimasto incollato alla pelle durante la morte. Quelle donne erano state uccise.Due parevano sui trentacinque, quarantanni, di preciso non lo potrei dire. La terza mi sembr molto giovane, forse sui ventanni. I volti parevano strizzati da una mano dacciaio, ma lineamenti e particolari davano pi o meno quelle et. Che erano state massacrate non esistevano dubbi.Molti particolari lo dicevano. Fatte fuori in un modo brutale, feroce, spietato. I corpi avevano mani e piedi serrati da legacci di sorbo che si sfarinarono in polvere appena li toccai.Tre aghi di ferro, sottili e lunghi come quelli da maglia, trapassavano i loro seni da parte a parte nel verso orizzontale.Una di queste aveva capelli lunghi color del rame, raccolti in numerose treccioline fermate in fondo da uno spago.Toccai lo spago e si disfece, ma le trecce rimasero unite.Unaltra di queste donne aveva i capelli corti, quasi rasati a zero. La terza mummia, quella pi giovane, fui costretto a voltarla perch stava a pancia in gi. Aveva capelli biondi fino alle spalle.
Dopo liniziale sbalordimento, mi chinai su quei poveri corpi per una sommaria indagine. Stimai, ma fu un ragionamento istintivo, che fossero nascosti nellintercapedine da non meno di centocinquantanni. Un secolo e mezzo di morte chiusa l dentro, nel silenzio degli inverni, nella solitudine della montagna, nellignara indifferenza del mondo.Nessuno sapeva nulla. Chi sapeva e le aveva murate nella cripta di certo non viveva pi. Chi erano quelle donne?Perch le avevano ridotte cos? Fattomi pi vicino alle mummie per studiarle meglio, notai particolari raccapriccianti.Parevano sagome di cuoio conciato, attorcigliate nelle contrazioni di orrendi spasimi. Tutte e tre tenevano una fibbia di cintura infilata nellalluce sinistro. Ma questo non era nulla. Ci che mi spavent fu ben altro. Le mummie portavano sulla schiena, sul davanti, sugli arti, in pratica su tutto il corpo, indelebili segni a mo di geroglifici. Tagli, strisci, virgole, fori, impressi senza alcun dubbio da una lama affilatissima. La punta di un coltello od altro strumento aveva scritto qualcosa sul corpo di quelle povere donne. Incisioni fitte, piccole, complicate, molto nitide, ricurve e dritte, strampalate in mille forme, stavano collocate con precisione in linee orizzontali.
Non ci misi molto a capire che si trattava di una scrittura.
Una misteriosa lingua, indecifrabile ed inquietante. Ma chi poteva leggerla? Magari erano solo tatuaggi incisi a fondo come quando si scrivono i nomi sulla corteccia degli alberi.Forse quei segni erano stati prodotti sulle donne gi defunte. Ma se fossero state vive al momento delle incisioni?Avrebbero subto uninterminabile, insostenibile, tortura praticata freddamente dallassassino. O dagli assassini.Oppure assassine, chiss, non era detto. Mi domandavo che volevano dire quei segni. Probabilmente nulla. Magari si trattava soltanto dellorrenda e macabra fantasia dellassassino.Il quale aveva infierito in maniera atroce sulle vittime facendole morire adagio, tra dolori strazianti. Di questo ragionavo chino sulle mummie.
Un altro particolare da paura attir la mia attenzione. Da quel particolare, legato a un ricordo lontano, scatur linquietudine che accompagn i miei giorni. Dal sesso rattrappito e mummificato delle donne, fuoriusciva, orrendo nella sua fissit, un mostruoso fiore. Erano fiori scolpiti nel legno da mano esperta, eccezionalmente virtuosa. Fiori sconosciuti, inesistenti, creazioni di pura fantasia, mai visti nei prati o sui libri. Non avrei mai pensato che qualcuno potesse arrivare a simile follia. Quei fiori conficcati erano minuscoli volti umani, volti di uomini. Lunghi petali cadenti fungevano da capelli. Provai a toglierne uno dalla sede cui era infilato ma non venne via. Stava piantato dentro come un chiodo in unasse. Il lento rinsecchimento del corpo lo aveva serrato come in una morsa. Fu a quel punto che mi venne paura. Fino a quel momento la curiosit non mi aveva lasciato pensare. Adesso s. Io quelle donne le conoscevo, le avevo viste! Mi torn in mente quando ero giovane, e sostavo davanti alla baita, e avevo delle visioni! Vedevo donne, ed erano quelle che ora stavano ai miei piedi dure e contorte come rane secche. Ricordavo quella coi capelli a treccioline e laltra con la testa rasata a zero. E la terza, quella sempre triste. Ecco perch le vedevo! Mi stavano chiamando, mi dicevano che volevano esser tirate fuori dalla tomba. Ora lo avevo fatto. E ora veniva il bello! Chi erano quelle tre?Chi le aveva ridotte cos? Mi ci sono voluti pi di trentanni per scoprirlo. Esattamente trentadue. E prima di sapere tutto ho sputato sangue e soldi, e mi sono rovinato cervello e salute. Ora che so, sputo la vita che non serve pi a nulla.
Fissai a lungo quei cartocci secchi e duri che parevano cuoio conciato. Non esistevano dubbi, sulla pelle portavano scritto qualcosa. Ma cosa? Quei tagli e quei segni, incisi a fondo in maniera perfetta, volevano forse raccontare una storia? Ma quale? E le visioni, ormai cos lontane, cosa centravano con le donne che ora stavano ai miei piedi?
Mentre spiavo le mummie, un capriolo venne a pochi metri e abbai come a rimproverarmi. Pi che capriolo pareva un cane rabbioso e mi fece paura. Pigliai un sasso e glielo tirai, allora si allontan, ma prima mi fiss come se avesse dentro il demonio. Stanco e agitato, sedetti sulla pietra dingresso, accanto alle mie donne. Non riuscivo a cavarmi dalla testa che molti anni prima le avevo viste in sogno.E le vedevo spesso, come ho gi detto. Che legame poteva esserci tra noi? Perch si erano fatte trovare proprio da me?Era un disegno calato dallalto? Ricordavo e riflettevo. Ecco perch mi piaceva sostare davanti alla baita quando andavo a caccia con mio padre. Ecco perch alla fine la volli per me.Ecco perch pensavo a quel posto. E ricordo unaltra cosa.Allinizio, stare alla baita non mi piaceva per niente. Forse era listinto che mi esortava a non impicciarmi? A rimanere lontano da quel posto? Chiss. Poi  successo quel che  successo e dico che al destino non si sfugge. Ora capivo anche le voci di dolore e i gemiti che a volte sortivano dai ruderi come fiati inquietanti. Erano le tre sventurate che mandavano segnali? A questo punto credo di s. Ma chi pu dirlo.
Portai le mummie fuori dal muro e le misi allombra sotto labete dove ogni tanto mi accovacciavo a dormire. Le coprii con un telo per ripararle da qualcosa, ma da cosa non saprei dire. Forse per nasconderle a quella luce che per armi non avevano visto e ora le colpiva come un fuoco versato dallalto. Mi accorsi che pesavano pochissimo e a batterle con le nocche facevano toc, era come colpire un legno secco e vuoto. Povere donne! Erano tornate allaria aperta dopo tanti anni. Io stimavo almeno un secolo e mezzo. Ora vedevano di nuovo il cielo che le aveva spiate, le montagne sotto le quali erano vissute. Fintantoch qualcuno non le aveva ridotte in quello stato. E murate per sempre nellintercapedine.Mi ricordai della fibbia che tenevano infilata nellalluce sinistro.
Dimprovviso mi venne in mente un vecchio bracconiere, mio amico. Si chiamava Giovanni detto Nani. Andavo a caccia con lui quando ero giovane. Mi raccontava che spesso gli era capitato di vedere un uomo anziano dentro la baita che a un certo punto usciva e gettava lungo il prato delle fibbie di cinghie. Lui savvicinava a fargli domande ma questo non cera pi. Allora scendeva lungo il prato a cercare le fibbie ma di loro non esisteva traccia. Non credevo una parola di quel che mi contava ma ora le fibbie erano apparse davvero. Mi domandavo cosa centrassi io con tutto questo. Eppure le cose tornavano, venivano a cercarmi.Che potevo fare? Niente. Intanto stavo fermo l, a pensare alle mummie.
Non mi pass minimamente per la testa di far intervenire le forze dellordine. Io quelli non li chiamo mai, neanche se sono in pericolo di vita. Me lo insegn mio padre da piccolo.Diceva che le rogne bisogna risolverle da soli. Qualunque cosa accada, mai divise attorno ai piedi. Cos non avvertii nessuno, nemmeno il sindaco. Perch lui di sicuro avrebbe avvisato la legge. La legge va rispettata, non avvisata. Ora bisognava che sistemassi la baita, quella era la cosa pi urgente.Decisi di rimettere le mummie al loro posto finch non avessi terminato i lavori. E cos fu. Mi dispiaceva assai riporle ancora nel buio della tomba solitaria che le aveva custodite per tanto tempo. Era come ucciderle di nuovo e seppellirle. Avevo limpressione che, una volta alla luce, i loro volti si fossero un poco distesi. Non era cos, lo sapevo bene, lo vedevo. Ma mi piaceva crederlo. Dovevo andare gi al paese a prendere della calce. Ma prima, affinch le bestie della montagna non le addentassero, sistemai le mummie sui primi rami dellabete bianco. Usai cautela per non rompere il fiore di legno che stringevano tra le gambe come un cane serra losso tra i denti. Quelli mi interessavano e incuriosivano quanto le scritture incise sui loro poveri corpi.Come ho detto, avevo la ferma intenzione di calarmi in fondo a quel pozzo di morte e decifrare linquietante mistero.Scesi al paese e tornai su lindomani con calce e cazzuola.In meno di unora occultai di nuovo le donne ma appena con un velo di muro, giusto per proteggerle. Da l in avanti mi dedicai completamente ai lavori della baita. Il restauro procedeva con la lentezza delle notti autunnali, per andavo avanti. Con un occhio badavo alle mie cose, con laltro sorvegliavo le mie donne dentro lintercapedine.Non le dimenticavo un minuto e di continuo mi chiedevo chi fossero.
Un giorno lavorai a stabilire il muro a nord, che si appoggiava agli alberi come un vecchio per non cadere. Nel frattempo avevo gi costruito il tetto nuovo con alcuni travi di larice squadrati da me. E molti altri estratti dalle macerie ancora buoni. Volevo il pi possibile usare materiali di un tempo remoto e dissolto. Quelli che composero la baita e videro la vita tra quei muri diventando muti testimoni di ogni fatto. In questo modo mi pareva di ridare ossigeno al respiro antico di quel posto. Le scandole originali non mi bastavano, dovetti farne di nuove. Parecchie si erano spezzate nel crollo.
Come dicevo, mi concentrai sul muro interno. Mentre pulivo le connessure dal muschio, in alto a sinistra, notai un sasso grosso quanto un pugno con una croce scolpita. Strano pensai, una pietra segnata! Con entrambe le mani la scossi un poco e notai che si muoveva. Facendo qualche sforzo tirai verso di me e la pietra si sfil. Guardai nel buco e non vidi nulla. Era piuttosto buio e il foro andava dentro parecchio.Allora presi la pila e illuminai quel piccolo tunnel. Vidi sul fondo la forma di qualcosa. Infilai la mano e afferrai un oggetto. Era un cilindro di legno, lungo una spanna, con un tappo allestremit. Scuotendolo, sentii che dentro si muoveva qualcosa. Quello strano contenitore portava incisi dei disegni che, a una prima occhiata, mi ricordarono qualcosa.Somigliavano a quelli sul corpo delle mummie. Il manufatto comunicava un qualcosa di misterioso e inquietante. Provai a svitare il tappo per scoprirne il contenuto. Feci pressione con molta cautela ma non cedeva. Chiuso per chiss quanti anni nel muro, il legno si era gonfiato, formando un unico blocco con il tappo. Ebbi limpulso di frantumarlo, la curiosit mordeva, volevo sapere cosa conteneva. Per devo dire che si trattava di un oggetto molto bello e ben fatto e mi seccava romperlo. Allora con una manata allontanai la curiosit come un ubriaco seccatore.
Verso sera, quandebbi terminato i lavori accesi un fuoco.
Ruotando con cautela il cilindro sulle fiamme, lo scaldai affinch si asciugasse e restringesse il suo corpo antico.Ci misi unora buona a coccolarlo nel calore prima di provare a svitarlo. E lo svitai. Cedette con uno scricchiolio prolungato che mi parve un urlo proveniente da lontano. Ero agitato e tremavo senza sapere perch. Non vi era alcun motivo di tremare, eppure mi succedeva. Appena levato il tappo, capovolsi quel cilindro intarsiato mettendoci sotto la mano. La bocca di legno mi sput sul palmo una roba strana, un oggetto nero, ricurvo, lungo una decina di centimetri.Lo pinzai con due dita e uscii allaperto, al nitore della luce. Volevo capire cosa era quellaffare. Mi trovai tra le mani il becco di un uccello. Senza dubbio alcuno, il becco di un corvo imperiale. Nel lampo dellattimo, mi sovvenne un ricordo. Luccellaccio che stava intere notti appollaiato sul muro centrale della baita era un corvo imperiale. E non aveva becco! Almeno cos sembrava. Ora io tenevo in mano un becco di corvo. Sar mica stato il suo? Questo mi chiedevo.E pensavo: Come poteva mangiare, quel corvo, senza la bocca?. I conti non tornavano. Ero certo che il corvo della baita fosse davvero privo di becco?
Cominciavo a confondermi, a non esser pi sicuro di niente.
A dir la verit, nella vita non sono mai stato sicuro di niente tranne di essere un ubriacone. Di quello non ho dubbi.Bevo molto e prendo belladonna, pu darsi che veda realt che non esistono. Intanto per, tenevo in mano un becco di corvo, quella era realt. Un rostro duro come acciaio, nero e cupo, leggermente curvo. Fu quando tastai col pollice la solidit della punta che sobbalzai. Non la sfiorai quasi nemmeno e dal dito usc del sangue. Senza accorgermi mi ero tagliato. Una piccola ferita, roba da niente, ma segnalava qualcosa. Quel becco era tagliente come un rasoio. Qualcuno lo aveva affilato accuratamente per renderlo un ferro da barba. Non sapevo che pensare. Intanto, a mo di precauzione, mi pisciai sul dito per disinfettarlo. A cosa poteva servire il becco di un uccello affilato come un rasoio? E perch chiuderlo in un cilindro di legno intagliato e nasconderlo nel muro? Non capivo niente. E proprio perch non capivo niente presi tempo. Lo riposi nel suo contenitore e lo infilai di nuovo nella tana dalla quale era appena sortito.Per ora lo lascio l decisi. E lo lasciai. Per ci pensavo.Pensavo continuamente a quelloggetto. Mentre lavoravo alla baita, ogni tanto lo tiravo fuori dal suo nido di pietra e lo fissavo intensamente. Era un oggetto davvero strano.A cosa sar servito? Nero e duro come una scheggia dacciaio, non conservava pi la lucentezza che brilla sui becchi dei corvi imperiali. Era facile che il tempo lavesse tirata via. Tutto si appanna col passar degli anni, cos come le nostre vite e la luce degli occhi.
Una mattina raccolsi un pezzo di pino cembro, scartato dallalbero da cui avevo ricavato molte scandole. Provai a incidere il legno con la punta del becco affilato e giuro che lo sgorbi come fosse burro. Dopo lesperimento mi colse il dubbio di aver rovinato il filo e allora provai di nuovo a passarci sopra il dito. Stando attento, stavolta, a non ferirmi.Era rimasto un rasoio. Non avevo mai tenuto in mano un attrezzo simile. E s che me ne intendo di lame e sgorbie.Credo di saperle affilare come nessuno. Per le mie sculture esigo utensili perfetti e li tengo talmente a posto che fanno quasi paura. Chiedo perdono di questa vanteria, ma  cos.Riflettei che chi aveva ridotto il becco di un corvo a unarma micidiale doveva saperla piuttosto lunga. Lo aveva anche indurito con chiss quali sostanze per farlo diventare come acciaio. Dopo alcuni giorni, la ferita che mi ero procurato cominci a darmi problemi. Nonostante ci avessi pisciato per disinfettarlo, il dito si gonfi da spavento. Era di un rosso violaceo e mi batteva al ritmo del cuore come se un fabbro vi picchiasse col martello. Andai a farmi vedere.Il medico disse che era in corso una brutta infezione, bisognava bloccarla immediatamente. E cos mi cur per molti giorni, ma niente. Non guarivo. Mi era entrata la maledizione nel sangue e non lo sapevo. Alla fine provai con lantica medicina dei vecchi. Spalmai sulla ferita resina bollente mista a polvere di belladonna. Non ci speravo, invece il miracolo accadde, il dito si risan.
Persi un mese, ma quel tempo mi serv a riflettere. Alla fine ripresi i lavori alla baita con qualche convinzione in pi.Come ho detto, ogni tanto prendevo in mano quellarma micidiale senza pi azzardarmi a tastarne il filo. Comunque, per esser sicuro, feci bollire il becco del corvo in un litro di acquavite per togliere il male che teneva incarnato dentro.Allo stesso modo che la vipera porta il veleno nei denti, il becco secondo me lo portava sul filo.
Quella ferita mi trasmise il dolore eterno delluomo e ingrand come montagne quelle pecche che gi mi trovavo addosso.Accentu il destino della mia vita grama, il male fisico, la paura, la malinconia e la poca voglia di stare al mondo.Ma devo procedere per ordine.
Andavo avanti coi lavori e ogni tanto pensavo alle donne chiuse nellintercapedine. E anche al becco di rasoio pensavo spesso. Ma ora, mentre scrivo questa storia, mi torna in mente un fatto. Quando le mummie rotolarono alla luce, dopo un secolo e mezzo e un colpo di piccone, l vicino cant il pivasn. Era pieno giorno, cos non mi azzardai a voltare la testa. Rischiavo dincrociare il suo sguardo.Per lo sentivo. Forse mi cercava, voleva che lo vedessi per farmi crepare. Molti anni dopo ero ridotto al punto che lavrei guardato volentieri pur di finire quella vita che da solo non riuscivo a togliermi. Ma quel giorno per cantare cant e lo ricordo ancora con un brivido. Mentre esploravo i corpi di quelle povere donne, lo sentivo fare quel gemito che pareva il mugolio di due che fanno lamore. Per un attimo mi venne listinto di prendere la doppietta e farla finita una volta per tutte con quellinfame uccellaccio. Lass tenevo la schioppa a portata di mano per qualche selvaggina di passaggio.Sempre pronta e carica, la mia compagna di vita stava con me. Quante volte ho pensato di mettermi le canne in bocca e premere i due grilletti insieme. Avevo anche fatto prove. Bastava mi piegassi bene di fianco e arrivavo ai grilletti senza togliere le canne di bocca. Ma non ho mai avuto coraggio. Io coraggio non ne ho, solo quello di sparare agli animali. Mi sono mantenuto per anni con la selvaggina. E anche con frutti di bosco, funghi, erbe commestibili, rane e lumache. Conoscevo e conosco le erbe medicinali e i rimedi naturali, ed  grazie a loro che mi sono salvato il dito. Invece per le cose che partono da altri mondi e vengono ad avvelenarti non esiste medicina. La forza del male non ha limiti, me ne sono accorto a mie spese. Era il destino che veniva a chiudere i conti. Per io non lo sapevo e andavo avanti coi lavori. Volevo finire in fretta la baita e ritirarmi presto lass, in pace con me e col mondo che allontanavo.
Ora che ci penso mi tremano le gambe e devo sedermi.
Metto la testa fra le mani e piango. Non immaginavo quel che avrei dovuto patire. Altro che pace! Prima di sapere la verit ho traversato linferno. E una volta saputo, nellinferno ci sono rimasto. Oltre al tempo impegnato giorno e notte per le mie ricerche, venni macellato da fatiche, paure, incubi, dolori che mi torcevano il corpo con visioni di morte.Dovetti imbracciare calma e pazienza per resistere, superare tutto e arrivare in cima. Altro che pace mi viene da dire! Intanto i giorni andavano e venivano con le loro ombre inquietanti. Dentro i raggi del sole non correva la luce ma polvere di terra, e io vedevo sempre scuro, come se venisse il temporale. Eppure era sereno. Ma intanto vedevo buio, e per quanto provassi a convincermi, luce non ne veniva nessuna. Quando pioveva mi sembrava non cadesse acqua ma liquido di letame ed urina di bestie feroci. La grandine era una valanga di scrosci devastanti formati non da ghiaccio ma da chicchi di piombo che dove colpivano facevano sbreghi e polverizzavano tutto. Queste cose vedevo.Anche se non cerano, io le vedevo lo stesso e voleva dire che la mia testa non cera pi.
A volte, destate, venivano giorni strozzati da un caldo che bruciava tutto, come dentro una forgia a pieno regime.Io dico la verit, non sono uno che si lamenta ma certi momenti credevo davvero di impazzire. Allora, con la testa fra le mani, sedevo privo di forze sul ciocco davanti la baita. Restavo cos per ore, immobile e confuso, dentro un silenzio di pietra come se la natura intorno fosse morta e disseccata da un fiato velenoso. Ogni tanto riprendevo coscienza e in quel momento sentivo il caldo mordermi la vita come una grande bruciatura. Mi pareva di stare dentro il fal di san Simon, che i boscaioli accendevano per dire grazie a fine stagione. O in quello di san Zuani, che accendevano a primavera per avere un po di fortuna. Ma fortuna non veniva. Devo dire, non era tanto il caldo a togliermi la volont quanto il silenzio che regnava intorno e soffocava il mondo come a volerlo uccidere. Calava, questo silenzio, dal cielo, come un nevischio di cenere ardente, e non mi dava pace. Sudavo e pensavo. Sudavano anche i miei pensieri malati, mentre mi sentivo asciugare come un albero tagliato che perde lacqua della linfa vitale. Avevo limpressione che tutta la montagna e la natura interna fossero sepolte da quella massa di calore infuocato. Non esisteva nulla che emettesse un rumore, un grido, un sibilo o qualcosa che mi facesse voltare. Nemmeno il pit di un ciuffolotto.Allora, in quei momenti morti, mi pigliava la paura perch sentivo che l intorno cera qualcosa che non andava. E infatti non and. Lavoravo alla baita in maniera alterna. A giorni stavo bene, allora combinavo delle cose buone. Ma altri no. Altri mi prendevano alla gola angosce e paure che non riuscivo a controllare. In quei momenti, ed erano molti, andavo avanti e indietro per i boschi pensando a quel che avevo visto, sentito, immaginato e vissuto. E cerano quelle mummie che mi chiamavano. E cera un becco affilato come un rasoio, appartenuto a un remoto corvo mutilato della sua bocca. Stava dentro un barattolo infilato nel muro. In quella maledetta baita, tante cose stavano nascoste nei muri. Erano vive, respiravano, ascoltavano, mi spiavano.E quando meno me laspettavo balzavano alla luce.A volte quella bruciante di un sole feroce, aggressivo come se una piastra di ferro arroventato mi battesse il muso.Oppure a quella incerta delle nebbie dautunno che si facevano solide come latte cagliato e occupavano la valle, ferme e bianche come fantasmi addormentati. O a certe livide luci di temporali, dove le nuvole erano montagne vaganti e minacciose, fatte di terra scura, umida e morta come un letame mefitico. Queste cupe cime di nuvole ogni tanto franavano e cadevano sul bosco fracassando tutto.
Mi domandavo quali forze tenevano agganciata la mia vita lass. Perch non me ne andavo via? Era la curiosit a non farmi decidere. Chiss pensavo cosa ancora salter fuori da quei muri pieni di voci. Da quelle pietre silenziose ed antiche, misteriose e remote come i miei antenati. Cos pensavo mentre affogavo la vita nella melma di ci che era successo. Ogni tanto mi veniva la tentazione di demolire anzich costruire. Cos da quei dannati muri non sarebbe pi uscito niente. Quando ogni centimetro fosse stato raso al suolo non ci sarebbero stati pi problemi. Quel che ci dormiva dentro, o che vegliava, lo potevo conoscere e sterminare per sempre. Prima avrei palpato e poi frantumato ogni sasso per recidere fin lultimo filo di mistero. Dopodich me ne sarei andato per sempre da quel posto di morte. E anche da quel paese senza voce, dove gli uomini vecchi sapevano tutte le cose e non aprivano bocca. Poi per riflettevo. Sentivo, e capivo, che dalla baita non mi sarei mai potuto allontanare.La nefasta magia di quella radura col suo fiato di gemiti, i tanti misteri nascosti nei ruderi, il pivasn assetato di sangue, mi tenevano inchiodato l, come Cristo sulla croce.Qualche volta di notte mi addormentavo, ma ho sempre dormito poco nella vita. Mi appisolavo sotto labete bianco logorato da stanchezza e paura. Era come stare nella casa di un amico, i suoi rami si muovevano, e diventavano parole.Ascoltavo quelle nenie. A volte, se pioveva forte, mi ritiravo in un angolo della baita dove avevo improvvisato una copertura di scandole, giusto un minimo di protezione.Dicevo che ho sempre dormito poco, adesso ancora meno. Da quando avevo scoperto le mummie, appena dormivo un poco mi capitava un fatto inquietante. Allinizio fu molto piacevole ma col tempo divent una tortura.Veniva a trovarmi nel sonno una di quelle donne mummificate, la pi vecchia. Almeno mi sembrava quella pi avanti nellet. Questa qui, nuda cruda come una rana, mi montava sopra cavalcandomi come una indemoniata finch non mi svegliavo bagnato di sudore e di altro. Non posso dire che allinizio non mi piacesse. In sguito no. Dopo qualche tempo la faccenda non andava bene. Trascorsi un paio di mesi non ne potevo pi di quei coiti forzati e allora cercavo di dormire il meno possibile. Ma senza sonno non si pu vivere, come senza cibo od acqua. Perci, ogni tanto, volente o nolente, pur tentando di resistere, affondavo in un sonno di pietra. Ed eccola! Quella tornava puntuale a montarmi con una furia che non conoscevo o ricordavo in nessuna donna. E s che ne avevo prese parecchie. La vedevo sopra di me che andava su e gi con una velocit che potevo reggere a malapena per qualche minuto. E, tengo a precisare, non era in forma di mummia. La vedevo bella, ben fatta. Quello che mi ballava sopra era di sicuro il suo corpo di quando era viva. Poi venne uccisa e torturata con lincisione di quella lingua misteriosa, prima di seccare nellintercapedine.Da quel momento, un secolo e mezzo di silenzio aveva contribuito a renderla piccola e brutta, svuotata e secca come una carruba. Ma nei sogni era bella e ben fatta, come poche.
Cos, come se non avessi abbastanza problemi, il mio pi grande impegno divent quello di dormire poco, in modo da tenerla lontana. Riuscivo a fare una settimana e anche di pi sempre sveglio, ma mi sentivo fiacco e istupidito. A quel punto crollavo e la donna mi balzava sopra come una pazza. E non era finita l. Magari fosse finita l. Si vede che la mummia aveva raccontato alle altre delle sue incursioni.Penso sia capitato questo altrimenti non mi spiego ci che avvenne dopo. Sta di fatto che una notte che mi ero appisolato un poco, arriv quella giovane a farmi la festa. Come se si fossero date il cambio per godersela un po a turno. Anche lei era ben fatta e mi demoliva togliendomi le forze. Ormai non ne potevo pi, stentavo a lavorare e quasi non mi reggevo in piedi. Ma resistevo, e tiravo avanti con lincubo che arrivasse la terza mummia. Che puntuale si pales.
Un giorno, arrotolata una sigaretta, andai sotto labete bianco a fumarmela in pace. Ma che pace trova un uomo che non pu dormire? Nessuna. Finita la sigaretta, nonostante cercassi di tenere gli occhi aperti, mi appisolai.E arriv la terza morta. Si present non come le altre, in corpo naturale, bens con quello di mummia. Mi consolai pensando tra me che finalmente stavo tranquillo, in quelle condizioni la donna non poteva fare niente. Sbagliavo.Eccome se sbagliavo. Non c un male che non ne trascini al guinzaglio uno peggiore. La terza mummia si mise sopra di me ed allarg le gambe. Mi sembr di udire uno scricchiolio come quando si divide a forza la forcella di un ramo secco. Con la mano destra tolse il fiore di legno che chiss chi aveva conficcato nel suo sesso un secolo e mezzo prima. Dopodich mi mont sopra e mi prese con tale impeto e forza da spaccarmi le ossa. Cercavo di sottrarmi a quella situazione senza riuscirci. Stavo come in una morsa. Non tolleravo di avere addosso un essere cos orrendo e farci lamore. Ma dovevo farlo. Quelle riuscivano a rendermi virile mio malgrado. Nel sonno comandavano loro e non potevo in nessun modo sottrarmi. Cos, dopo essermi lamentato delle due mummie che si presentavano belle e ben fatte, ora mi toccava subire gli assalti di quella secca, dura come cuoio, brutta come la fame. Quando mi destai da quellincubo, da quel primo e ahim non ultimo coito infernale, mi facevano male tutte le ossa. E tra le gambe mi ritrovai un tizzone che bruciava, spellato e dolorante. Le mummie si stavano vendicando bene! Ma di cosa? Che avevo fatto per dover subire continuamente quella tortura? Dire che fare lamore nel sonno  una tortura pu sembrare esagerato e falso. Ma non lo . Provate voi a farlo giorno e notte, di continuo, non appena vi appisolate un poco. Qualche volta, ogni tanto, andrebbe bene, risolverebbe molti problemi. Ma sempre no. Al mio paese dicono: Al trap descontha. Vuol dire che troppo olio non condisce bens rovina.
E qui faccio una giravolta che non centra col mio racconto.
Nel 1910, a Gorizia, un geniale ragazzo di ventitr anni si spar alla tempia uccidendosi. Prima scrisse un libro che rimarr pietra dangolo nel tempo. Sintitola La persuasione e la rettorica. Questo ragazzo soleva dire che per troppo olio la lampada si spegne. Occorre la misura giusta in tutto. Anche nellamore, cosa che io non conosco. Io conosco il sesso, e anche in quello ci vogliono le dosi giuste. Ma con le mummie il conto non tornava. Quello non era pi sesso, ma tortura.Dellamore non parlo. Io quella parola nella vita non lho mai pronunciata. Se ci penso per, forse mi ha sfiorato lei, una volta, in un tempo molto lontano che non ricordo pi. O non voglio ricordare. Ma torniamo alla baita e ai miei coiti forzati.
Ormai chiedevo piet al sonno perch quelle non mollavano.
Tentavo disperatamente di non dormire, ma ogni tanto mi toccava cedere. Ed eccole! Prima una e, quando aveva finito, laltra, e per ultima quella che si palesava in forma disseccata.
A un certo punto, durante quei coiti-tortura le mie donne cominciarono a parlare. Non capivo niente, so che mugolavano qualcosa che mi spaventava. Ormai ero preso dal terrore.Mentre mi montavano, buttavano gli occhi fuori dalle orbite. E digrignavano i denti rovinati e giallastri. Avevo limpressione, e forse non era solo impressione, che volessero ammazzarmi facendo sesso. E ci stavano riuscendo.Una, la pi vecchia, ululava come un lupo e quando calava la testa verso di me credevo volesse mangiarmi la faccia.So bene che tutto avveniva nel sonno, o meglio nel sogno, ma gli amplessi mostruosi erano uguali a quelli da sveglio.Anzi, allinizio molto meglio! Poi divent una tortura.
Una volta arrivarono tutte e tre insieme. Quando le vidi pensai: Sono morto. Avevo quasi finito il tetto della baita perci dormivo dentro, al calduccio perch stava arrivando lautunno. Ero sceso al paese e, con un asino in prestito, avevo portato su la stufa in ghisa che fu di mio nonno. Una roba massiccia da mezzo quintale. Mi faceva pena il povero ciuco che arrancava sul sentiero perfidamente ripido.Ogni tanto allora lo facevo riposare. Durante quelle pause ragionavo e mi sorprendevo allidea che provavo piet per gli animali e zero per le donne. Ero cos da giovane. Dopo aver scoperto la faccenda delle mummie seppi perch ma non posso anticipare. Intanto le notti venivano avanti una dopo laltra, solitarie e tristi. I giorni non esistevano quasi pi, erano le notti che contavano, dove correvano i fantasmi della vita come i ghiri sulle pareti. Tornava lautunno col suo volto un tempo malinconico, ora inquietante e pieno di incognite. Capivo di stare al centro di un grande silenzio quando cadeva una foglia. Il rumore che faceva era come uno sparo, e allora ascoltavo le foglie esplodere.Vivevo solo come sempre. Se non era per gli animali, che ogni tanto venivano a trovarmi, o per i ciuffolotti coi loro pit-pit, non vedevo altre anime della terra. Ma non ne avevo bisogno.Stavo bene con gli amici a quattro zampe. Anche a due ma con le ali. Tranne ovviamente il pivasn, che ogni tanto sentivo gemere di piacere nel cuore delle notti. Stava tirando sangue. Ottobre era avanti da quasi venti giorni e non vi dico come i boschi ardevano di fiamme e colori. Osservando quello spettacolo sotto la tenue luce della sera, quasi non sentivo il freddo che veniva a pungermi le dita. Mi parevano fuochi, i miei boschi incendiati, e provavo listinto di tender loro il palmo delle mani per scaldarmi. Forse era lunica favilla buona della mia anima devastata dal male a farmi intenerire cos. Non lo so, non so pi niente, non ho mai saputo niente tranne di essere un uomo malvagio. Per lass, tra le montagne di silenzio e solitudine, nei rari momenti di pace, sentivo di stare bene. Non mi servivano tante comodit per essere contento: la stufa, un po di cibo, la dose di vino che mi procuravo calando nel paese dei taciturni, e un po di belladonna. Certo, felice non sono mai stato e men che meno su alla baita. Come potevo dopo quel che avevo scoperto? Ma neanche prima. Il carattere ereditato e quel che mi era successo da piccolo non mi permettevano di ridere, n essere felice. Bastardi mio padre e mia madre e quel maledetto antenato che fu causa di tutto.
Devo dire che quando dimenticavo un poco la mia vita e le mummie che mi torturavano la mente ed il corpo, tra quei boschi diventavo tranquillo. E, alcune volte, perfino un po contento. Ma, oggi mi chiedo, si deve per forza essere contenti?E di che cosa? Di stare in questo mondo carogna? Ma s. Se uno  a posto con la testa, non ha troppi rimorsi, n rimpianti, n tantomeno esigenze eccessive ed un po di salute, cosa gli serve per esser contento? Gi dovrebbe esserlo per il fatto di stare al mondo. E godersi la natura, il cielo, la terra. O il mare, per chi vive al mare. Io salute ne avevo ma non bastava pi. Tormenti e paure agitano la testa di un uomo come il vento scuote gli alberi. Non potevo nemmeno dormire. Se mi appisolavo anche solo un quarto dora, quelle venivano a montarmi e, almeno nel sogno, se la godevano come matte.
Un giorno che non ne potevo pi, calai a valle deciso a parlare con un prete. Volevo capire cosa ne pensava, farmi dare un consiglio o, alla pi disperata, anche un esorcismo.Poteva darsi fossi posseduto dal demonio o, per dire meglio, da tre diavolesse. Detestavo i preti, ma a ogni modo decisi di provare. Andai gi e mi spostai nel paese vicino dove sapevo esserci un ministro di Dio che si diceva fosse malato per le donne. Meno male pensai mentre scendevo.Avevo udito storie poco edificanti sui preti, le sentivo circolare fin da bambino, e anche per questo non mi garbavano.Insomma, alla fine decisi e bussai alla canonica. Venne ad aprirmi il reverendo in persona. Disse subito, scusandosi, che non aveva la perpetua, perci doveva fare tutto da solo, anche aprire la porta. Poveraccio pensai. Poi, incuriosito, gli domandai perch non avesse la perpetua.Rispose che laveva allontanata il vescovo, causa le malelingue del paese che sussurravano se la intendesse con lui. E aggiunse: Non sanno che se voglio di perpetue ne trovo fin che mi pare.
L, sulla soglia, non sment la sua fama e per la prima volta un prete mi risult simpatico. Era un belluomo, alto, di spalle larghe e braccia forti, non fu difficile immaginare che perpetue ne avrebbe trovate eccome. Anzi, con ogni probabilit, erano loro a cercare lui. Comunque, affari suoi. Gli dissi che avevo urgenza di parlare per un consiglio e nel caso anche un aiuto. Ascolt con attenzione la mia disavventura erotica con le mummie. Alla fine, quando pensavo avesse un consiglio da offrirmi o addirittura la soluzione alle mie pene, mi batt una mano sulla spalla e ridendo disse: Di che si lamenta? Dovrebbe essere contento. Magari capitasse a me tale fortuna! Io quelle estasi me le devo procurare a caro prezzo mentre a lei arrivano nel sonno, territorio misterioso, dove tutto  possibile. Inoltre, dentro i sogni i fatti si manifestano molto pi intensi e potenti che nella realt.Ascolti me, figliolo, se la goda tutta. Se la goda finch dura, lei  un uomo fortunato. Poi, battendomi unaltra pacca sulla spalla, aggiunse: Dia retta a me, cerchi di dormire il pi possibile, la sua  fortuna di pochi. Vers due bicchieri di vino e riprese: Certo che ha una strana fantasia lei, invece che immaginarsi belle donne, va ad inventarsi mummie secche e brutte come la fame. Non avevo detto al prete che le mummie libidinose esistevano davvero e che le avevo trovate nellintercapedine del muro. Temevo potessero insorgere problemi. Quello, anche se puttaniere, era capace di tirare in ballo doveri di cristiana sepoltura, piet per i corpi e altre balle del genere. Meglio stare muti sullintera faccenda. Io le mummie volevo tenerle sottomano, dovevo studiarle, tentare di capire quelle torture, quei tagli a forma di scrittura. Alla fine salutai il reverendo e me ne tornai alla baita. Ero piuttosto avvilito. Speravo che il lazzarone con la tonaca mi potesse aiutare, invece non fece nulla.Quello strano prete pensava alle anime femmine, non alla mia che chiedeva aiuto.
Lass, tra i miei boschi pieni di tenebre, impenetrabili e fitti come i cattivi pensieri, ripresi i lavori alla baita. Ogni tanto sentivo cantare il pivasn l vicino e non avevo coraggio di tirare su la testa per paura di vederlo. Ormai la tana era quasi terminata, mancavano soltanto alcune finiture ed un solido isolamento per tener fuori il freddo. Lisolamento si otteneva pressando tra le fessure trecce di quella erba secca dei pascoli alti, tanto fine e tanto buona per le bestie. Poi si copriva tutto con sottili tavole di abete tipo scandole. A quel punto il freddo doveva rimanere allesterno, a mordere coi denti di ferro le piante e la terra indurita e cupa.Finch dal cielo non calava la coperta bianca a seppellire tutto.Allora il gelo, se voleva, doveva mordere la neve, come un cane smarrito nellinverno che non trova cibo. Io queste cose le conosco bene perch le ho imparate ancora bambino, dai miei vecchi. Se voglio posso fare una casa dove non passa un filo daria tanto che la puoi scaldare con una candela.Per nelle case ci vuole fuoco, non candele. Il fuoco scalda lanima e il corpo. Le candele scaldano i morti. Ecco perch a me piace il fuoco. E quando posso lo accendo sempre, in ogni luogo in cui mi trovi. Ma questa  unaltra storia.
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CAPITOLO 8. La cerva.
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Intanto il tempo passava e io non potevo pi reggere lassalto delle mummie. Ero diventato magro come un filo derba, secco e giallo, debole che non riuscivo quasi a lavorare.Impiegai un giorno intero per risalire alla baita dopo lincontro col reverendo. In tempi normali neanche tre ore ci mettevo.Quel giorno lo passai ad arrancare, un passo in su, due in gi, scivolando e cadendo spesso. Mi fermavo ogni cinque minuti a riprender fiato, le mani piantate nel sentiero.Quelle troie mi avevano succhiato il sangue, il midollo della schiena e le forze. E non so come sarebbe finita se non fosse comparsa una cerva a salvarmi. Una notte, stremato dalle veglie onde evitare le donne morte, mi appisolai accanto alla stufa. Non avevo fatto in tempo a chiudere gli occhi ed eccole arrivare e montarmi sopra. La pi giovane inizi per prima e me lo aveva gi tirato fuori quando successe quel miracolo. Apparve una grossa cerva che si butt sulle mummie scalciando e saltando come avesse dentro il diavolo.In pochi secondi le fece desistere e poi arretrare e fuggire.Mi svegliai fradicio di sudore. Il cuore che mi spaccava il petto ma contento come non ero mai stato nella vita. Per la prima volta le mummie non avevano estratto il mio seme.Strano, pensai, mi ha salvato una cerva. Speriamo che torni ancora quando le puttane secche si palesano dentro il mio sonno. Ero certo che non fosse finita l, infatti non lo era. Per non correre rischi cercai di stare sveglio il pi possibile. Ma pi di tanto non ce la feci e mi appisolai di nuovo. Ed ecco la sorpresa che divent salvezza. Prima ancora delle mummie apparve la cerva come a volerle aspettare. Queste sbucarono una dopo laltra, assetate del mio sesso mi si buttarono sopra. La cerva le cacci di nuovo con calci e salti da far paura. Stavolta non mi svegliai e potei finalmente dormire in pace molte ore. Quando aprii gli occhi, riposato e tranquillo, ricordai quel che avevo sognato e non mi pareva vero fosse andata cos liscia. Ancora stentavo a crederci. Le mummie libidinose non erano tornate perch una cerva di grosse dimensioni vegliava il mio sonno tenendole lontane.
Il giorno dopo, mentre lavoravo a isolare la baita pressando trecce di erba secca, sentii rumore di frasche mosse. Mi affacciai sulla porta e la vidi a neanche cinque metri. Era la cerva del sogno, ferma sulle zampe, che mi fissava senza alcun timore. Rimasi immobile, non battevo ciglio, paralizzato dallo stupore. Il tempo passava e nessuno di noi si muoveva di un millimetro. A quel punto alzai da terra un pezzo di legno e lo lanciai alla cerva per capirne la reazione. Non volevo certo farle del male. Il legno le arriv tra le zampe e lei salt nel folto. Ma di l a poco torn e prese a fissarmi di nuovo. Stavolta molto pi vicina. Entrai nella baita e dal tavolo presi un pezzo di pane duro come scorza di larice.Pareva avesse capito che quello era pane, non legno, un dono anzich una minaccia. Si chin, lo prese e lo mangi.
Io sono cacciatore da lungo tempo ma una roba cos non lavevo mai vista. Frequento le selve fin da bambino, so che i cervi fuggono a gambe levate solo allodore delle persone.E anche camosci, caprioli eccetera. Tutti gli animali del bosco scappano alla vista delluomo. Ma la grande cerva no, quella stava ferma davanti a me, a due metri, e mi guardava.Devo dire che aveva qualcosa di umano dentro quegli occhi grandi e buoni. Mi faceva tanta pena e per un attimo fui contento di trovarmela davanti. Comunque, dopo un po rientrai nella baita a riprendere il lavoro sorretto dalla convinzione che se ne sarebbe andata presto. Mi sbagliavo.Ogni tanto uscivo a vedere e lei stava sempre l, ferma come fosse di pietra. Allora presi dal tavolo le ultime croste di pane e stavolta anzich lanciarle gliele portai. Volevo studiarne la reazione, di sicuro sarebbe fuggita. Mi aspett senza timore. Porsi le croste che mangi prendendole dal palmo.Non mi era mai accaduta una cosa simile. A quel punto osai di pi. Con la mano provai a toccarla, tentai di carezzarle la testa. Ero certo se ne volasse via con un balzo. Invece no. La cerva si lasci carezzare a lungo, abbandonando il capo sul mio petto come qualcuno che si rifugia da un dolore. Non comprendevo latteggiamento incredibile di un animale cos selvatico. Rimasi interdetto. Allo stesso tempo percepivo dietro gli occhi buoni di quella cerva celarsi qualcosa di umano e inspiegabile. Qualcosa che per era molto vicino alla mia tragica esistenza.
Dopo un po che la coccolavo, la cerva si butt per terra come se le carezze lavessero spossata e dovesse riposarsi un poco. Pensai che la dolcezza pu far tremare le gambe perfino a un animale selvatico e fargli perdere le forze dalla sorpresa. San Francesco lo sapeva. Anche a me tremarono le gambe, anchio avevo ricevuto dolcezza dalla cerva.Allora mi accucciai accanto alla bestiola. La quale, prima di rilassarsi e chiudere gli occhi, emise uno sbuffo di fiato liberatorio, come qualcuno che ha superato un grave pericolo.Dopo un po rientrai di nuovo nella baita a fare i lavori mentre lei rimase in quella posizione per alcune ore. Ogni tanto mi facevo sulla porta a controllare. Stava immobile e tranquilla come fosse scolpita, solo gli occhi si aprivano a fissarmi dal basso verso lalto.
Non ho mai avuto compagnia nella vita. Le donne le odiavo anche se mi piacevano. Le odiavo proprio per quello. Ora molto meno. Comunque, dicevo, non ho goduto a lungo di compagnie femminili. Nemmeno mia madre mi  stata vicina.E, devo dire, ho sofferto abbandono e solitudine, i pozzi di sconforto nei quali sono sprofondato mi hanno ucciso. La disperazione veste la mia anima e non mi illudo di poterle comprare un abito nuovo. Fin da piccolo sono stato accompagnato poco nei passi importanti e trascurato dai miei genitori.Sui quali ho gi detto. Con questo non voglio trovare scuse, men che meno giustifiche alla mia sciagurata esistenza. Voglio solo dire che tutto questo e altre cose han fatto di me un uomo cattivo, evitato da tutti. Il fatto, quindi, che in una vita miserabile qualcuno mi sia venuto accanto con dolcezza, pur trattandosi di un animale, mi ha fatto battere il cuore. Mentre carezzavo la cerva fu come se dentro di me qualcosa si frantumasse aprendo uno spiraglio verso il bene. Era venuto qualcuno ad aiutarmi. Nei sogni erotici con le mummie che mi stavano distruggendo, era stata lei a farle desistere e salvarmi.Anche per questo mi affezionai subito a quella dolce bestiola che saccost dimprovviso ai miei giorni disperati. Fu come un raggio di fortuna. Ancora non sapevo quanto fosse importante quella cerva. Non sapevo che era unanima venuta da altri mondi per darmi pace. Ancora non sapevo niente.Lo avrei capito in sguito, quando si pales per caso la chiave che mi fece scoprire tutto. Ma devo procedere con ordine.Da quel giorno la cerva non mi abbandon pi. Nemmeno nei sogni. Come unombra seguiva i miei passi mentre dormivo. Veniva spesso a togliermi da situazioni pericolose nelle quali sobbalzavo svegliandomi sudato fradicio. Otto volte di seguito mi salv dalle mummie che cercavano il mio sesso sfinito. Finch non vennero pi. Dopo un tempo che non ricordo, potei finalmente dormire, riprendere le forze ed un briciolo di speranza. Durante quelle visioni oniriche, avevo limpressione che le mummie non temessero gli zoccoli della cerva n i suoi colpi, bens la presenza. Sembrava che la conoscessero e ne avessero paura. Ed era cos. Se ce la faccio, pi avanti dir perch.
Una sera la mia cerva si lev in piedi e spar nel folto del bosco. Ci rimasi alquanto male e mi prese un triste avvilimento.Ormai ero abituato a farmi sulla porta e vederla accucciata sullerba vecchia, pressata dai miei passi e ingiallita dallautunno prossimo allinverno. Quel giorno successe questo e dico la verit quando affermo che di notte non chiusi occhio. A ogni lieve rumore, mi affacciavo alla porta con una candela accesa o col lume a petrolio per vedere se fosse tornata. Alzavo il fanale a rompere il buio della notte ma niente. Non cera. Allora tornavo dentro a pensare alla mia vita e al destino della cerva che mi teneva compagnia.Si pales la mattina dopo davanti alla baita. Non so dove fosse andata. Pareva sparita in cielo. Lavevo abituata a ricevere un po di pane ogni mattina. La bestiola lo mangiava adagio, come per farlo durare di pi. Mi regalava uno sguardo buono, prendeva il suo pezzo di pane e si accucciava per terra, accanto a me che riposavo. Stava l tutto il giorno. Mi alzavo per riprendere il lavoro e lei rimaneva sdraiata, ad aspettarmi.
Un po alla volta divent cos fedele da seguirmi nelle lunghe camminate sui monti. Andavo su e gi per mantenermi allenato ma anche a tagliar legname adatto ai miei lavori. Venne linverno. Sapevo che avrebbe nevicato. Tenevo docchio i formicai e mi accorsi che invece di esser tondi, avevano il vertice a punta. Significa neve. Le formiche sentono le grandi nevicate ed appuntiscono i formicai a scaricare peso. Tempo prima avevo falciato una grande quantit di erba buona e la seccai per bene. Col fieno ricavato eressi una meda attorno a un palo alto sei metri. La cerva avrebbe avuto da mangiare a sufficienza. Ma lei non aveva paura di andare in giro a cercar le cose buone che nonostante linverno la natura conservava. Germogli secchi, cortecce di certi virgulti, radici affioranti sotto enormi abeti bianchi.Ma io volevo che avesse anche fieno buono, sempre pronto, a portata di mano.
Il freddo arriv prima del tempo. Una botta di gelo che mi costrinse a uscire di baita molto poco. La cerva stava con me, al calduccio vicino alla stufa. La roccia dove sgorgava il filo dacqua era uno scudo di ghiaccio azzurro. Ciononostante, lesile fontanella buttava sempre. Il grande freddo, che serrava nel pugno dacciaio la montagna, non riusciva a congelarla. Si scavava la via in quello scudo compatto come se uscisse tiepida. Per avvicinarmi a riempire le baril, dovevo fissare le gappelle sotto gli scarponi. Era difficile e pericoloso arrivare alla fonte sul terreno ripido, duro come il marmo. Furono giorni al chiuso che ricorder finch vivo.Stavo nella baita, con la cerva che mi teneva compagnia.Ogni tanto intagliavo una donna che poi colpivo con laccetta per deturparla. A volte leggevo o scrivevo perch, come ho gi detto, mi ero istruito negli anni. Mi piaceva scrivere e scrivevo. Anche per tenere la memoria pronta. Infatti ora che me la ricordo devo dire una cosa. Le mummie non solo mi saltavano addosso per le loro pratiche libidinose, ma mi picchiavano. E non potevo difendermi, ero paralizzato. Arrivavano tutte insieme, belle come tre lune. Mi battevano a sangue con cinghie di cuoio munite di robuste fibbie. E mi sputavano in faccia insultandomi. Quando aprivo gli occhi, sfinito e pesto, cercavo sul mio corpo i segni delle loro percosse senza trovare niente. N sputi, n tagli, n lividi. Niente di niente. Mi chiedevo perch sognavo quelle mummie e perch si comportavano a quel modo. Mi violentavano e mi battevano. Finch non  arrivata la cerva a togliermi dallincubo.So per certo, mi dicevo, che finch avr accanto lamica a quattro zampe, quelle troie non mi beccheranno pi.Sar io a trovare loro. Appena avr finito i lavori, le caver dal buco maledetto dove dormono, mi metter io sopra di loro. Non a far altro che studiare quei tagli che hanno sul corpo. Fino a quando non avr decifrato e capito ogni cosa, non ceder alla stanchezza. E nemmeno allo sconforto. Ma intanto ero ancora l alle prese coi restauri.
Nonostante fosse inverno e un freddo da far cadere gli uccelli in volo, la natura intorno era uno splendore. Pacifica e solenne, lucida come un vetro, pareva volesse parlarmi, aiutarmi.Di sicuro qualcosa diceva perch ascoltando sentivo di stare meglio. Gli alberi dormivano in piedi, alcuni sbadigliavano muovendo le braccia prima di adagiarsi nellinverno.Ero convinto di sentirli scricchiolare. Le foglie, tutte in terra, si spostavano qua e l, sotto lurto del vento. Nel loro incessante andare, facevano il rumore di frasche trascinate.Ogni tanto il gelo spaccava qualche sasso nei monti lontani.Lo sentivo cadere. Ascoltavo fino allultimo schianto, poi... niente. Linverno  cos sulla montagna: si odono rumori improvvisi e poi silenzi che fanno pensare. Ti viene di ripassare la vita, come leggere un libro allindietro. Torna tutto. E quando si ricorda il male fatto arriva un dolore al petto che tocca sedersi. Allora ti uguri che giunga un altro rumore a toglierti dai pensieri. Di solito viene. Ma poi torna anche il silenzio e tutto si ripete.
Non parliamo poi di notte.  difficile passare le notti se non hai la coscienza a posto. E io a posto non ce lho. Infatti di notte non dormivo, se capitava era per poco. Giusto il tanto a non morir di sonno. Insomma, quel po per resistere e fare le cose. Per ascoltavo. Tendevo lorecchio alle voci della natura, che non sono minori di quelle nel giorno.Le catturavo tutte per allontanare i ricordi. A volte sentivo schiantarsi un albero rovesciato dalla forza del vento.Oppure, poco sotto la baita, i passi degli animali notturni.Forse erano curiosi, non lo so. So che stando attento mi accorgevo che si fermavano per un po come a spiare. Magari avrebbero voluto venir su a conoscermi, trovar qualcosa da mangiare. Chiss! Il buio della montagna  come un inchiostro magico,  capace di scrivere di tutto. Certe notti che sapevo, mi affacciavo alla porta a guardare in alto. Compariva la luna piena, tonda e grande come si vedeva rare volte. Pareva uno specchio doro lucente. Illuminava i boschi nudi, scheletriti dal gelo, e la casupola, spargendo dappertutto il suo velo di pace e silenzio. Se avessi potuto avrei passato la notte fuori, a guardare quel grande secchio che rovesciava il suo miele dorato sulla terra addormentata. Ma faceva troppo freddo per osare tanto. Quante volte ho guardato la luna quando mi sentivo troppo solo! Sempre ho guardato la luna, in tutte le stagioni. In quei momenti sentivo di star bene e mi chiedevo perch la mia vita fosse cos tribolata.Lo avrei capito pi avanti, molto tempo dopo, quando una lingua misteriosa venne a raccontarmi tutto. Intanto, al cospetto della luna piena, mentre la cerva dormiva, ascoltavo.Sentivo gemere le piante sotto lurto del vento. Lass ventava spesso e quando ventava la montagna prendeva voce.Allora apriva la bocca e cantava. Mi trovavo allincrocio di tre valli e la baita stava al centro. Gi per quelle valli si buttavano i venti delle stagioni e parevano fare le gare a chi arrivava prima in fondo a sconquassare tutto. Durante il folle viaggio, sinfilavano nelle rocce trapanate dal tempo.Raspando e levigando nei millenni bordi e spigoli, le avevano ridotte a enormi sculture, immobili, attonite. Il mistero del mondo stava l dentro. Quelle rocce suonavano quando venivano trapassate dai venti. Mi accorsi che la cerva aveva paura. Allora, quando i venti soffiavano nei pifferi di roccia la tenevo dentro. Non potevo credere che un animale simile, forte e temprato a tutto temesse il vento. Eppure era cos.Ecco perch intuivo che dentro quegli occhi dolci si celasse unanima buona in fuga dalla terra degli uomini.
In quel periodo andavo spesso fuori dalla baita a guardare la luna piena. E spesso mi veniva da piangere, come quando da bambino la guardavo con mio padre. O quando diventai giovanotto. Andavo a caccia con mio padre e di notte, nelle lunghe attese, senza che nessuno parlasse, guardavamo la luna. Mi veniva da piangere. Lui non piangeva, n sotto la luna n ai funerali. Non so perch non piangesse, non lo disse mai, mor col segreto pietrificato nel cuore.Forse dentro teneva qualche lacrima, fuori no. Guardare la luna  come ripassare la vita. La grande moneta doro, alta e silenziosa nel cielo remoto, ti fa ricordare tutto.Forse per questo piango ancora quando guardo la luna piena.Vedo la mia esistenza corrotta, sbandata, rovinata dal vino e dallodio. Odio per le donne in maggior parte. Ma anche per i miei simili, i preti, le puttane, i falsi cattolici che vanno a messa. Insomma odio per tutti e tutto, compreso me stesso. Vedo i miei amici morti, i miei fratelli, farabutti anche loro, come me. Crepando hanno liberato il mondo dalla loro infame presenza.
Sotto la luna piena, in una malinconia senza pace, tiravo somme, facevo bilanci, guardavo in faccia la vita. Pensavo che un giorno o laltro anchio sarei giunto alla resa dei conti. Dimenticato da tutti, e mi vien da dire finalmente.Soprattutto dimenticato da me stesso. Non mi piaccio.Non mi piacevo da giovane, men che meno adesso. Non mi sono mai piaciuto, per questo voglio dimenticarmi. E per farlo devo morire, altrimenti ogni volta che mi sveglio ricordo che sono io. Non ho nemmeno uno specchio, evito di vedermi. Intanto rimanevo col naso in aria, sotto la luna, ad ascoltare e ricordare. Mi rendevo conto di aver sbagliato molte cose. Forse non tutte, ma un gran numero s. Ero e sono un uomo avvelenato, intossicato da qualcosa che allora non sapevo spiegare. Di sicuro disturbato dal mio essere, dal mio vivere, dalle voci che sentivo dentro e da quelle dei miei simili. Quel paese laggi lo odio, come odio i suoi abitanti, i signori che non parlano, che non sanno mai niente.Lass invece, ascoltavo altre voci anche se quelle che porto dentro mi squartavano lanima. Non avevo scampo.Allora mi concentravo sulle voci belle. Il rumore di una foglia superstite, che si staccava dal ramo e cadeva sul terreno di marmo, faceva un teck che sembrava una fucilata. In quel silenzio solenne e misterioso, nelle notti invernali senza fine, avevo limpressione che la terra tremasse perch una foglia le era caduta in grembo. Quando lora era pi vecchia e tutto dormiva, gufi, barbagianni, allocchi e civette si chiamavano con rantoli disperati. Era come se avvertissero che qualcosa non andava, che occorreva stare attenti, la notte poteva diventare pericolosa. Le tenebre erano cos compatte che si potevano segare come un legno scuro e secco. Occultavano gli uccelli notturni come se cantassero dietro una tenda nera. Di loro non vi era traccia, solo quei suoni tristi e angoscianti, belati rauchi e paurosi che mi cadevano addosso come una pioggia ghiacciata.
Quando ero fuori a guardare la luna e ascoltare le penitenze degli uccelli notturni, accanto a me stava la cerva. La guardavo. Mi ricordavo di quando, un paio di mesi avanti, intorno ai primi di settembre i cervi erano andati in amore.Avevano cominciato a bramire da far paura. Qualche vecchio maschio era calato nei paraggi a cercare la mia amica.La sentiva, la voleva. Ma lei non era interessata alle attenzioni galanti. Stava con me, nella baita, come un cane fedele ed affettuoso. Siccome era bella e slanciata, i cervi maschi la volevano e diventavano aggressivi. Uno di loro per poco non mi spaccava la schiena. Cercava la cerva, io lo cacciai via. Lui caric. Mi lanciai verso la porta ma non feci in tempo.Ricevetti la mazzata nella schiena. Presi la doppietta che tenevo sempre carica e lo feci scappare a cannonate. Non era mia intenzione ucciderlo. Se avessi voluto ucciderlo ci mettevo poco, ma io sono giusto anche se farabutto. Come si fa ad ammazzare un cervo nel periodo degli amori? Mi piaceva si divertisse un poco, era il suo momento, le cerve stavano l intorno, in calore, come potevo farlo fuori? Ma lui testardo voleva la bella, desiderava la mia cerva. Lei non ci stava. Bisognava esser l a vedere come la bestiola faceva scappare a gambe levate i pretendenti. Ma quello vecchio non mollava. Era un maschio come si deve, grande e grosso con un palco di corna da spaccare i muri. Ne sapevo qualcosa io che ero stato colpito. Allora, quando lo spasimante girava intorno alla baita e bramiva da muovere lerba secca, io e la cerva stavamo chiusi dentro. E lui fuori a soffiare la sua rabbia. Rimaneva tutta la notte nei paraggi, a battagliare con i rivali, che faceva schizzar via come birilli. Al mattino, se era ancora l, tiravo una fucilata in aria e a quel punto se la dava a gambe.
Io non sono un tipo facile, non ho mai avuto nessuno accanto, non ho mai voluto nessuno. N donne n amici. Salvo quellunico che  morto mentre cominciavo questa storia.A quello gli volevo bene, se ci penso mi vien da piangere. E poi gli altri, quei matti che odiavano le donne e sono morti male. Ma, se devo dirla tutta, quelli non erano amici. Io non vado daccordo coi miei simili. Andavo daccordo coi cani, quando li avevo. Oppure, da giovane, coi cani di mio padre. Di donne non se ne parla. Qualcuna s, lho anche avuta, ma non sono durate. Le altre una botta e via, ognuno per la sua strada. Ho gi detto come la penso nei loro riguardi.Ma che riguardi? Io delle donne non ho nessun riguardo.Ci mancherebbe! Le farei a pezzi tutte. Questo  il mio istinto. Continuo a scolpirne qualcuna nel pino cembro e poi con la scure le massacro. O con la roncola. Ecco perch mi son stupito di essermi affezionato alla cerva. Quando stavo seduto accanto a lei, mi leccava le mani e il viso con una dolcezza che intorno a me non cera mai stata. Come potevo non sospettare che dietro quegli occhi buoni non si celasse un essere umano? Forse mi illudevo soltanto, forse avevo bisogno di credere questo. Ma allora come spiegare che una cerva, in piena stagioni degli amori, rifiutasse i maschi suoi simili? Immaginavo pure che dentro di lei fosse celata mia mamma, venuta ad aiutarmi e proteggermi. Poi ragionavo che non poteva essere lei. Mia mamma non mi ha mai voluto bene, nessuna carezza, una parola dolce. Niente.Poteva darsi per che si fosse pentita e dagli altri mondi era tornata per darmi una mano. Povera mamma! A pensarci sento un groppo in gola. Sto diventando vecchio, il cuore si fa debole. Magari fosse stata lei quella cerva! Oppure era una donna morta che in vita mi aveva voluto bene senza che lo sapessi. Senza dirmelo mai. Chiss! Poteva essere.Quando la cerva dormiva per terra nella baita, la sentivo respirare. Un respiro lento e pacifico. Ogni tanto sussultava come se qualcosa la spaventasse o facesse brutti sogni. Si svegliava. Allora, dal letto di legno, allungavo la mano a carezzarle le orecchie. A quel punto, dopo aver emesso un lungo respiro come per dire tutto  passato, riprendeva il sonno pacifico degli esseri in pace. Se non fosse stato per quelle mummie infami, posso affermare che lass, con la mia cerva, stavo quasi bene. Ma cerano quei corpi e, seppur muti, gridavano qualcosa. Prima o dopo li avrei tolti dallintercapedine ed avrei studiato ogni millimetro di quella pelle martoriata per capire cosa era successo alle povere donne. Ogni tanto mi tornavano in mente le fibbie che tenevano infilate nellalluce. E allora pensavo che quelle mummie maledette mi battevano nel sonno con robuste cinghie munite di pesanti fibbie. I colpi scarnificavano il mio corpo finch non mi svegliavo nel terrore. E scoprivo di non avere alcuna ferita.Eppure il dolore lo sentivo, vedevo il sangue schizzare da quei sogni mostruosi. Che potevo fare? Resistere e tirare avanti. Mi premeva forte lidea di studiare quei resti, sapere finalmente qualcosa. Intanto lavoravo alle finiture della baita sostenuto da una contentezza nuova che non avevo mai provato. Avevo accanto qualcuno che mi voleva bene pur trattandosi di un animale. Animale, per, che sembrava contenere lanima di qualche essere umano. Un personaggio misterioso e indecifrabile. Pi volte pensai a una giovinetta, poi questa certezza tramontava. Allora immaginavo mia nonna o altre donne del paese. Oppure mia mamma, come ho gi detto. Quando venni a capo dellintera faccenda, lessere misterioso si pales e, devo dire, ci ero andato molto vicino. Mai, nemmeno per un attimo, ho creduto che dietro gli occhi buoni della cerva si celasse un uomo, un ragazzo od un bambino. Sentivo una donna e cos fu. Ma non devo anticipare le cose altrimenti si crea confusione. Intanto mi godevo la compagnia della cerva come un orfano che trova dimprovviso la famiglia.
Spesso mi veniva da pensare che lunico essere a volermi bene e darmi un po dallegria era un animale. E non un cane come di solito succede agli individui solitari o alle persone abbandonate. Nel frattempo mi accorsi che dove avevo riposto le mummie, la cerva non voleva avvicinarsi. Girava al largo da quel metro e mezzo di spazio. E da quella parete di calce nuova dentro la quale pi volte avevo limpressione battesse il cuore delle recluse. Nelle notti di quellinverno, quando non dormivo, e succedeva spesso, rimanevo immobile per ore con la testa rivolta al soffitto. Era in quei momenti che mi sembrava di udire il rimbombo di quei cuori che non battevano da centocinquantanni. Tum, tum, tum.Le mummie segnalavano la loro presenza come per uscire allaperto e riprendere quella vita lontana interrotta per cause di forza maggiore. In quei momenti l, quando credevo di udire i cuori battere, mi agitavo e anche la cerva si agitava.Irrigidiva la testa e ascoltava attenta. Poi saltava per la stanza rovesciando le poche cose che avevo. Se era accucciata, si rizzava di scatto e tremava. Cosa la spaventava? Chi? Che mistero la legava alle mummie? Perch tanta paura da non avvicinarsi al muro? Non ci capivo niente. Quando la vedevo tanto agitata le carezzavo il muso e si calmava subito.
Una sera cant il pivasn. Ero fuori sulla porta a guardare le gelide stelle dellinverno, cos lontane da farmi quasi piangere. Pensavo a quando ero bambino e tremavo di freddo nelle notti di caccia con mio padre. Anche le stelle lass tremolavano come avessero i brividi. Cera anche la luna, che rotolava piano verso occidente, e nel suo andare silenzioso pareva girare come una grande ruota doro. Chiss, forse girava davvero. Avrei voluto levarmi in aria, andare lass, tra le stelle e la luna a confondermi con limmensa notte siderale. Oppure congelarmi nel cosmo di ghiaccio e non sapere pi niente del mondo laggi. Invece stavo l, sulla porta di una vecchia baita rinnovata, lungo la traccia della mia remota infanzia. E riflettevo che invece di salire tra le stelle e la luna, dovevo restare in terra, coi piedi ben piantati, se volevo indagare il mistero che mi aveva coinvolto.Ecco, stavo pensando queste cose quando cant il pivasn a neanche due metri. Era venuto a cercarmi? Subito portai la mano davanti agli occhi. Non si sa mai che capitasse vicino fino a farsi vedere. Invece no. Cantava a due passi col suo lugubre mugolio da paura. Tirai un urlo e una bestemmia per vedere se smetteva. Niente. Allora rientrai, presi un pezzo di legno da stufa e lo lanciai nella direzione del rantolo.Fu come non avessi fatto alcunch. Il pivasn gemeva di piacere nel cespuglio. La cerva, come se avesse capito, si fece sulla porta accanto a me e guard verso luccello della morte. Il quale si zitt di colpo. Non fece pi alcun verso.Dopo un po udii fruscio di frasche smosse, segno che il misterioso pivasn sera involato. Sar stato un caso ma ho la certezza che lamica ci abbia messo del suo nel farlo scappare.Da quel momento, quando muovevo i passi dentro quei boschi tenebrosi e cupi, mi feci sempre accompagnare dalla cerva. Ero mezzo convinto, probabilmente a torto, che il pivasn mi cercasse per guardarmi negli occhi. E farmi crepare.Ma la cerva mi proteggeva, ne ero sicuro.
Una volta il bastardo cant a una spanna dal mio brutto muso. Lamica sera attardata a brucare lerba verde appena fiorita. Era primavera. Mi accorgo che anticipo i tempi, ma niente paura, tra un po torner a quellinverno. Era primavera, dicevo, e stavo strappando gemme dai pini mugo per fare lo sciroppo. Dentro un fitto di ramaglie cant luccellaccio.La cerva lo sent e con un balzo si lanci nel cespuglio.Io, intanto, avevo chiuso gli occhi. Subito dopo torn il silenzio. Il pivasn era fuggito. Volli guardare e, con un brivido, mi parve cogliere la giravolta di unala. Di questo non son del tutto certo ed  meglio cos. Devo dire che quella impressione dala mi rese inquieto per diversi giorni.Non che mimportasse molto vivere. Di campare ero stufo da tempo. Ma prima di chiudere con questo mondo malato, insozzato dalla sua stessa merda, minteressava scoprire il segreto delle mummie. Tutto qui. E ora torno a quel lungo e gelido inverno dove lunica compagnia furono i suoni della natura e lamica cerva.
Stavo per concludere le finiture della baita, devo dire con ottimi risultati. Muri, porte e finestre erano a prova di spifferi.La parte alta, in tronchi di larice, perfettamente impermeabile agli elementi. Lavoravo piano, quasi rallentando apposta. Sapevo che una volta finito avrei dovuto vedermela con le mummie. Porre mano ai loro corpi tormentati mi preoccupava non poco. Era come se intuissi quel che mi sarebbe capitato, ma ormai ero deciso ad andare fino in fondo. Mi ero imposto questo e cos doveva essere. E anche se non me lo fossi imposto, mi costringevano ad agire quei fatti che da tempo visitavano i miei sonni e le mie veglie.Non potevo tirarmi indietro, lo sapevo bene. Intanto era arrivato Natale e io stavo lass, isolato dal mondo, circondato da voci e fantasmi. Per la prima volta mi trovavo lontano dal paese nella santa festa. Ma a me, che fosse santa non mi fregava niente e nemmeno che fosse festa. Natale per me  un giorno come un altro. Anzi, peggio. Ogni volta mi ricorda linfanzia e le tribolazioni e i patimenti ricevuti. I miei genitori se ne fregavano di me e del Natale. Allora, quando viene quel giorno,  peggio dei giorni normali perch mi rammenta cose lontane ancora piene di dolore. Comunque, quella sera nella baita, senza neve e senza voci, accesi una candela per il bambin Ges. E tenni il fuoco alto tutta la notte per scaldarlo. Al mio paese usa cos, allora perch non ripetere il rito? Io non ho n fede n speranza eppure accendo una candela al bambino e tengo il fuoco alto tutta la notte. E non mi frega niente di nessuno. Allora quel Natale ero l, con la mia cerva, nel silenzio dellinverno. A un certo punto la bestiola si mise a grattare sulla porta. Pensai che fuori ci fosse qualcuno. Non una persona bens qualche animale, anche se non avevo udito passi o rumori.
Ascoltai meglio ma niente giungeva allorecchio. La cerva continuava a grattare con le zampe sulla porta. Si accucciava qualche minuto salvo poi levarsi di scatto e riprendere a raspare le assi. Allora mi stancai. Incuriosito e preoccupato decisi di aprire e vedere quel che stava di fuori. Mezzanotte era passata da poco, mi giungevano flebili rintocchi di campane dai lontani paesi di fondo valle. Annunciavano la nascita del bimbo. I suoni cavalcavano laria che veniva dal basso arrivando alla baita con le loro voci dargento per un saluto. Nonostante non credessi pi a niente, quei suoni avevano il potere di commuovermi. Mi riportavano a quando ero bambino. Tutto quel che ha potere di commuoverci viene dallinfanzia. O meglio, dai ricordi dellinfanzia. E non vi  altro da dire. Se qualcuno non  daccordo sono affari suoi, io la penso cos. Solo ci che resta nella polvere dellinfanzia ha il potere di regalarci qualcosa. Che pu essere dolcezza o dolore a seconda di quel che ci accade. Da adulti ci colpiscono tante cose, poche belle, la gran parte brutte. Alcune infami per non dire orrende, difficili da sopportare.A me son capitate le ultime. Sempre. E non esagero.Comunque, qualsiasi cosa avvenga, la nostra reazione  figlia di quello che ha accompagnato la nostra infanzia. Ecco perch sono sempre triste, bevo e ho poca voglia di vivere.Le campane per me erano i Natali dei tempi remoti, pieni di dolore ed abbandono. Natali perduti per sempre ravvivati da ricordi che ogni tanto appaiono. Epifanie del dolore, che bruciano senza consumarsi. Io vivo con i chiodi del male piantati nella testa. Nellesistenza di un bambino dovrebbero entrare il pi possibile cose belle per restituire un giorno ricordi altrettanto belli. Perlomeno sensazioni positive che fanno reagire alla vita con pazienza e calma. A me non  successo niente di tutto questo e la faccenda mi pesa molto. Sono cattivo, violento, feroce, misogino e vendicativo.Non voglio giustificarmi ma so per certo che tutto nasce e parte dalla mia sciagurata infanzia. Ma ora basta, su questo punto non torner pi.
Per non perdermi ancora nella tristezza ripeto che quella notte aprii la porta della baita. Fuori non vedevo nulla se non un buio profondo e antico come i cattivi pensieri. Il freddo mi bruciava le narici e dal bosco sentivo partire un vento leggero che tagliava come un coltello. Premeva verso di me. Era come se volesse dirmi: Torna dentro, non  il caso di affacciarsi questa notte. Dentro non tornai.Fattomi pi avanti ascoltai attentamente. Mi sembrava di sentire gemere la montagna stretta nellabbraccio del gelo e percossa da quella brezza tagliente dellinverno. Alzai gli occhi e vidi le stelle. Tremolavano anche loro, come se il gelo gli fosse penetrato nelle ossa. La cerva verme fuori con me. Guard in alto anche lei, forse per copiare le mie mosse.Fu in quel momento che udii una specie di soffio provenire dallabete bianco. Fissai lalbero ma non vedevo niente.Entrai a prendere la pila. Diressi il raggio verso il punto da cui sembrava provenire il soffio che ogni tanto si ripeteva.Ancora niente. Non era facile individuarlo. Prova e riprova, alla fine lo trovai e rimasi di sasso. Il fascio di luce illumin un corvo imperiale privo del becco. Stava immobile come fosse stato intagliato sul ramo da un misterioso scultore dileguatosi nel buio. Visto che stava alla mia altezza, pochi metri pi in l, volevo avvicinarmi per vederne la reazione. Ma non riuscivo a fare un passo, come fossi pietrificato di colpo. Potevo muovere solo la mente, che diceva:
 tornato!. Mi ricordavo bene di lui. Cosa voleva da me? Perch sera rifatto vivo? Come poteva campare senza becco? Cosa mangiava? E in che modo? Intanto che pensavo queste cose, il corvo si mosse.
Avevo bene in mente un giorno lontano di luglio, quando un corvo simile cal dal picco a becco daquila e venne a posarsi sul muro della baita. E l rimase immobile come imbalsamato. Provai a lanciargli un sasso ma il mio braccio si irrigid. Mi bloccai. Allora lasciai cadere la pietra spaventato.Ricordo che luccello rest anche la notte, fermo come un tizzone spento. Ogni tanto andavo a vedere, gli puntavo la pila, lui sempre impassibile. Ogni volta che lo illuminavo avevo limpressione che fosse senza becco. Finch unultima ispezione innervos luccellaccio. Gir la testa verso il basso ed ebbi la conferma che non aveva becco. Ora, quello strano, pauroso corvo era tornato e anche adesso mi aveva bloccato ogni movimento come a dire: Stai fermo e guarda.Allora, come ho detto, mentre tornavo indietro nella memoria, il mutilato si mosse. Lo illuminavo. Con una zampa si teneva saldo, con laltra graffiava il ramo. Udivo il trik-trik dellartiglio sul legno. Lavor pi di mezzora, senza curarsi del fascio di luce che lo colpiva. Avevo limpressione che volesse incidere qualcosa o scrivere, o puramente scortecciare il ramo. Poi, allimprovviso come era arrivato, spieg le ali e part. La cerva lo segu girando la testa. Forse vedeva nel buio od ascoltava il rumore delle ali. Quando il suono del volo si estinse, nel bosco ci fu silenzio. In quel preciso istante una stella esausta decise di lasciarsi andare. Part da lontano tracciando una scia luminosa che tagli lombrello nero della notte come una rasoiata. Mi venne paura. Le cose si stavano complicando. Coserano quei segnali? Che doveva succedere ancora? Non ne avevo prese abbastanza di male grazie? Pareva che la natura si fosse messa contro di me. Avevo la sensazione che mi stesse tendendo una trappola.Invece no. La natura non fa niente di male agli uomini, casomai  il contrario. La natura ti avverte se stai per lanciarti in qualcosa di pericoloso. Ma io, certi momenti su alla baita, me la sentivo contro, la natura, e un po mi vergognavo.Infatti gli avvenimenti successivi smentirono i miei sospetti.Quando ebbi necessit di risolvere lenigma, la natura corse in mio aiuto. Feci male a dubitare di lei e mi pentii.Assieme alla cerva avevo solo la natura per compagnia. Entrambe erano per me un aiuto e mi bastava cos.
Con lausilio della pila mi accostai allabete per capire ci che aveva combinato il corvo. Feci luce. Si vedeva losso del ramo sbiancato dalla mancanza di corteccia, come un braccio cui si  rimboccata la manica. Provai a ispezionare meglio ma quella notte vidi soltanto ci che ho appena detto.Ci volle laiuto della nitida, fredda luce del mattino perch notassi sul legno qualcosa di strano. Ma per il momento ne avevo abbastanza e rientrai nella baita assieme alla cerva.Buttai nella stufa un ceppo di carpino; anche se non credo pi a niente, volevo scaldare il bambin Ges e me. Poi mi stesi sul giaciglio di legno, le mani sotto la testa, a guardare il soffitto, aspettando di sentire il cuore delle mummie fare tum-tum. La cerva mi venne accanto ma di scatto si spost dallaltra parte del letto. Secondo me si accorse di essere troppo accosta allintercapedine. Provava paura ad avvicinare la tomba delle donne morte. Io invece ero vicino e avevo limpressione che il loro cuore battesse. Forse volevano chiamarmi, avvertirmi che era venuto il momento di darmi da fare, per scoprire tutto e rivelare quel che era successo.
Quei battiti erano mani adunche, nocche che bussavano alla porta della coscienza per farsi aprire e ricevere verit e giustizia. Ma, poniamo fossi riuscito a risolvere lenigma, come potevo rendere giustizia a tre donne massacrate un secolo e mezzo prima? Lassassino, o gli assassini, camminavano da tempo nel regno delle ombre. Io non sapevo niente di niente. Se lautore, o gli autori, avevano parenti ancora vivi come potevo trovarli? E, nel caso, mica potevo accusare loro e denunciarli. Ancora non sapevo che un erede inconsapevole di quei remoti delitti stava dentro di me.Mi viene la pelle doca a pensarci. Eppure io non centravo nulla. Purtroppo le colpe degli antichi ricadono su di noi, che veniamo puniti senza piet. Non da leggi e tribunali, che in quei casi sono zero. Veniamo puniti da maledizioni eterne che si tramandano di padre in figlio. Il male ritorna agli eredi di chi lo ha fatto.  la sorte amara degli uomini: pagare per linea ereditaria colpe che non hanno. E come pagano? In quale galera? Pagano con il continuo malessere esistenziale che scatena paure, angosce, rancore, insicurezze, rabbia, odio, violenza, vendetta. Questo  il destino degli umani, non vi  scampo. E non illudiamoci che cambi.Lumanit si trova addosso questa maledizione perch ha ereditato il male. E non intendo certo il peccato originale, quello  uninvenzione bella e buona. Invenzione di preti.Che male ha fatto un bambino che nasce? Nessuno. Sono balle inventate dai preti. Il vero male dellorigine sono le feroci azioni compiute dagli antichi predecessori. Da quando luomo comparve sulla terra fino ai nostri giorni ha fatto danni. Ereditiamo il male per renderlo a nostra volta. E non c battesimo che tenga a salvarci. Nessun confessionale ci assolve, nessun pentimento ci redime. E non serve nemmeno che qualcuno ci infligga penitenze. La penitenza  vivere, esistere, mangiare e defecare. E mettere al mondo bambini che soffriranno. Salvezza non ce n per nessuno.Io la penso cos e amen.
Decisi che lindomani, appena fosse venuto chiaro, mi sarei tolto di dosso la notte insonne con la ferma idea di ispezionare il ramo scortecciato dal corvo. Un corvo senza becco dissi scandendo le parole a voce alta. E solo allora ricordai. Io avevo un becco di corvo imperiale! Lo tenevo infilato in un bossolo di legno, nascosto nel muro interno della baita. Lo avevo trovato per caso, durante i lavori. Che fosse quello del corvo mutilato? Qualche tassello ora sincastrava.Mi meravigliai di non averci pensato prima. Eppure ogni tanto prendevo in mano quel misterioso oggetto.Lo rigiravo tra le dita ammirandone lucentezza e durezza e il filo tagliente come un rasoio. Guardavo con inquietudine il contenitore di legno intarsiato con gli stessi segni e simboli che solcavano il corpo delle mummie. Stavo molto attento a non ferirmi di nuovo. Le allucinazioni e i sogni paurosi che mi tormentano giorno e notte provengono da quel taglio. L dentro si era infilato lorrore, inoculato dal becco come un dente di vipera. Pensavo a queste cose mentre attendevo il giorno con le mani sotto la testa, nella notte di un Natale solitario e dimenticato. Passai cos le ore, immobile, aspettando lalba lontana. Che arriv lentamente, cigolando come un logoro carro arrugginito. Era la ruggine del bosco che crollava, le cortecce dei vecchi alberi morti che sfarinavano sotto la spinta del vento. Gli alberi secchi, ritti in piedi come totem, subivano gli urti colpendosi gli uni con gli altri in una scherma che risuonava nel bosco come un lamento senza pace. In questo attrito di legni morti, i fusti liberavano le scorze rinsecchite, che cadevano al suolo col rumore soffocato di ruggini antiche. Il rito della pulizia si ripeteva. Da milioni di anni la natura raspava le selve, ripuliva i prati, levigava le rocce, spazzolava i tronchi, spostava le foglie con la scopa dacciaio del vento.Al mattino feci un bricco di caff. La cerva ancora dormiva stesa su un braccio di fieno. Se affermo che avevo limpressione di aver accanto un essere umano dico la verit. A volte mi veniva di abbracciarla con lo slancio di un uomo che stringe linnamorata. Io non sono normale e la cerva non era una donna. Era molto meglio di una donna. Dovevo rispettarla.Esprimevo il mio affetto con qualche carezza.Bastava a farmi contento. Anche lei era contenta. Almeno cos sembrava. Sorseggiai il caff piano piano. Fuori soffiava il vento degli alberi morti. Dai paesi a fondovalle tornavano i suoni di campane. Era Natale, la gente andava a messa, i preti la celebravano, i sagrestani accendevano candele. Io ascoltavo, pensavo e riflettevo accanto alla mia cerva e alla stufa che soffiava. Quando il giorno fu pi chiaro e il lucore dellinverno illumin la valle, andai fuori. Volevo controllare quel ramo sul quale il corvo aveva lavorato con metodo.Ero curioso di vedere. Luccellaccio sera impegnato parecchio con gli artigli. Uscito di baita, vento e gelo mi diedero come una badilata in faccia. Dovetti sedermi. Devo dire che mi sentivo stanco e avvilito. Se con me non ci fosse stata la cerva e dentro di me una missione da compiere, forse mi sarei ucciso subito. Impiccato o sfasciato la testa con una fucilata. Avevo pensato anche unaltra ipotesi, pi tranquilla.Ficcarmi in una foiba alla Cuna dei Morti, sul monte Ludinia. Il Ludinia  molto misterioso, per non dire inquietante. pieno di buche, voragini, spaccature e gole profonde.La roccia  bianca come il latte, che quasi la confondi con la neve. Tutto sembra che ti caschi addosso. Lass di foibe ce nera a centinaia, una pi fonda dellaltra. Se buttavi un sasso lo sentivi battere per non so quanto. Bastava sceglierne una e saltarvi dentro. Mossa giusta per non essere trovato. Quella che avevo percorso era speciale, la migliore per accogliere un corpo. Il mio. Fonda circa ottanta metri, il sole, con qualche contorcimento, riusciva a penetrarla un poco anche dinverno. Nelle altre stagioni di pi.Sarei stato scaldato debolmente dalla perenne candela del cielo. Si poteva scendere a piedi, fino in fondo senza difficolt.Laggi sallargava un piano con al centro una grossa pietra squadrata che sembrava un altare. Mi sarei seduto su quella, con accanto una cassa di vino e una di sigari. Finite le scorte di vizi, avrei lasciato al tempo il compito di farmi crepare di fame e sete. Era un buon progetto, mi seppellivo da solo in una magnifica tomba. La montagna intera sopra di me, una piramide alta duemilaottocento metri. Altro che faraoni dellantico Egitto! Le loro tombe erano chicchi di riso in confronto alla mia! Sono un povero Cristo, non un faraone, per avrei avuto tomba la pi bella di tutte. E senza dover picchiare con la frusta migliaia di schiavi per costruirla.Bisogna essere un po ambiziosi, no? La gran parte degli uomini sono ambiziosi nella vita, io nella morte. A ognuno il suo. Amen. La mia piramide era un ottimo posto per levarmi di torno. Sarei andato laggi per non essere mangiato dai vermi o dalle bestie della montagna. Non ritenevo il mio corpo una roba importante. Non mi sono mai sentito importante. Solo che non volevo intorno a me vermi o altri animali di sorta. Ne avevo incontrati abbastanza nella vita. Vermi a due gambe intendo. Niente misteri, soltanto desideravo seccarmi come le mummie dellintercapedine.E anche volevo evitare che chicchessia mettesse fiori sulla mia fossa, o peggio recitasse preghiere. Anche se dubito che qualcuno possa volerlo fare. Casomai mi avrebbero pisciato sopra, buttato palate di merda sulla terra che mi copriva. Quello che meritavo, non altro.
A ogni modo, per evitare tutto questo, a me interessava sparire, non esser ritrovato mai pi. E volevo prepararmi prima. Era il motivo per cui ogni tanto salivo alla Cuna dei Morti e scendevo nella foiba. Rimanevo seduto qualche ora sulla pietra squadrata, come per abituarmi un po alla volta alla mia tomba. Insomma, prendevo confidenza col regno delle ombre. Quella pietra forse era caduta dalla volta per via di antichi terremoti. Non lo so. Sta di fatto che era l, squadrata perfettamente come se qualcuno lavesse scalpellata.Scura e tetra come un catafalco, mi avrebbe accolto volentieri in attesa che morissi di fame e sete. A dire la verit, laggi acqua ce nera. Dalla volta alta una decina di metri, ogni tanto cadeva una goccia. Una dopo laltra, avevano formato una pozza limpida come un lembo di cielo.Quando la illuminavo con la pila sembrava un occhio azzurro congelato. Tutto era fermo. Poi dalla volta cadeva questa goccia che muoveva lacqua in cerchi leggeri, i quali andavano a spegnersi sui bordi come parole sussurrate. Prima che ne arrivasse unaltra, la superficie si calmava di nuovo, diventando ancora vetro. Poi la goccia tornava e tutto si ripeteva di nuovo. Nella vita succede uguale: ogni volta che stai un po tranquillo cpita qualcosa a scombussolare tutto.La goccia cadente faceva rumore. Fuori da quel buco, allaria aperta, non si sarebbe nemmeno udita. Ma laggi, nel sottosuolo del mondo, il suo cadere faceva tremare le pareti.Quella goccia nella caverna sotto terra era una cannonata, un rimbombo pauroso dentro i meandri misteriosi della terra. E dentro il mio cuore. Pensavo al momento in cui sarei rimasto laggi per sempre. Come avrei retto, nellattesa, il ritmico frastuono della goccia? Come avrei sopportato i rimbombi di una minuscola goccia che facevano tremare la grotta? Forse erano fissazioni, suggestioni, ma a me sembrava che rimbombasse tutto. Laggi regnava un silenzio cos profondo e immobile che ogni rumore, anche minimo, si ingigantiva milioni di volte. Se tossivo sentivo abbaiare la caverna come volesse mangiarmi.
Sul fondo della polla dacqua, limpida come una scheggia di vetro, mi sembrava che qualcosa si muovesse. Ma cera troppa penombra. Una volta andai gi con la pila per vedere meglio questa roba che si muoveva. Puntai il fascio di luce in superficie ma proprio in quel momento cadde la goccia. La caverna tuon e lacqua mosse i suoi cerchi millenari che non trovavano pace. Dovetti attendere che lo scompiglio si esaurisse e lacqua tornasse in pari per vedere di nuovo il fondo della pozza. Quando la superficie fu di nuovo ferma, puntai la luce sullacqua. Laggi, sul fondo che mi sembr lontano come le profondit degli oceani, vidi camminare un esserino strano, una specie di millepiedi ma un po pi piccolo. Andava in qua e in l, senza meta, lasciando microscopici segni sulla melma bianca che in un lampo sparivano. Quel piccolo affarino solitario e sperduto mi pareva cos lontano e irraggiungibile che provai un senso di malessere. Lacqua sar stata alta non pi di mezzo metro, la lunghezza di un braccio era labisso. Che ci faceva laggi un essere vivente cos piccolo e cos solo? Di che viveva? Perch viveva? Che senso poteva avere unesistenza sul fondo di un catino dacqua sepolto nel ventre della terra? Il suo continuo andare qua e l non rivelava se era divertimento o leterna condanna a vagare fino alla morte nel piccolo mare ipogeo. In entrambi i casi, il misterioso essere che conduceva i suoi passi in quel lugubre ambiente mi angosciava come mai mi era capitato. Pensai alla mia vita, che reputavo orrenda e che rispetto alla sua diventava un lusso. Io potevo camminare sotto il sole, sui vasti pendii di boschi e pascoli. Potevo scrutare il cielo, le stagioni, la neve, mangiare i frutti della terra, andare a caccia, scaldarmi alla stufa, guardare il fuoco. Insomma potevo fare tante cose in uno spazio immenso. E mi lamentavo. Nonostante fossi libero e fortunato di fare tutte queste cose, mi lamentavo.Mentre pensavo al destino, che vedevo storto, osservavo linsetto. Avanzava col suo andare monotono, traversava la pozza fino a toccare la roccia al lato opposto. Quando sentiva lostacolo sul muso, pareva annusarlo. Poi si voltava, pigliava una direzione a caso e traversava ancora la pozza fino a toccare da unaltra parte. Si spostava di continuo, in un moto perpetuo. Mi chiedevo perch non arrampicasse la pietra e uscisse allaperto. Pu darsi non fosse in grado, oppure gli garbava stare laggi. Mi venne lidea di affondare la mano, tirarlo fuori da quella prigione, depositarlo in terraferma nella grotta. O, meglio ancora, allaria aperta in superficie. Poi subentr un dubbio: e se togliendolo dal suo mondo fosse morto? Forse quello era lunico posto dove poteva campare. Ma che mangiava? Di cosa si nutriva? Mai nella vita ero rimasto tanto scosso come a vedere quellesserino sepolto vivo due volte: una nella grotta profonda, laltra nellacqua. Nel frattempo mi visit un pensiero allegro.Il giorno che avrei deciso di infilarmi nella tomba e chiudere per sempre le porte del mondo, qualcuno mi avrebbe tenuto compagnia. La cerva non poteva scendere laggi e se anche avesse potuto, non le avrei permesso di morire con me. Bench, ne sono certo, lo avrebbe fatto.
Intanto, sul fondo della pozza lesserino faceva avanti e indietro. Le orme lievi venivano cancellate allistante. Una volta cessato per sempre il suo andirivieni, poich questo  il destino delle vite, non sarebbe rimasta alcuna traccia. Per il momento seguitava a camminare e lasciare segni con le zampine sullargilla bianca della pozza. Forse era costretto a rimanere laggi da chiss quale sorte malvagia. Forse era caduto dalla volta, con un tuffo vertiginoso. Chiss. Sta di fatto che si muoveva, si dava da fare, pareva contento. Dissi tra me che ero stato un uomo infelice perch non avevo saputo accontentarmi. Non avevo mai accettato quel che ero, o per meglio dire, quel che il destino mi aveva dato. Pensavo queste cose mentre spiavo il piccolo insetto che camminava senza sosta sul fondo bianco della pozza. A scadenza precisa, dopo qualche minuto tornava la goccia e lui spariva, ingoiato dallincrespatura dei cerchi. E poi riappariva.Fissavo incantato e impaurito quella remota solitudine. La figurina laboriosa, che faceva avanti e indietro nelle viscere della terra immersa in una pozza dacqua, mi conquist.Fu per questo che ogni tanto partivo dalla baita, salivo alla Cuna dei Morti, mi calavo nella foiba e scrutavo se cera ancora.Puntavo la luce della pila e lo vedevo. Sempre laggi da solo, sempre avanti e indietro. Finch un giorno venne la neve e mi fermai. Per tre mesi non salii alla Cuna dei Morti.Ma poi ero curioso di sapere se linsetto aveva superato linverno.E allora, un giorno dinizio aprile, fissai ai piedi le ciaspe, misi in spalla un badile, la pila in tasca e mavviai verso la Cuna. Alla baita cera ancora un metro di neve, figuriamoci lass. Per questo portavo con me il badile. Impiegai mezza giornata ad arrivarci, nel tragitto fui costantemente accompagnato dalla cerva. Faticavo da crepare, le forze antiche mi avevano abbandonato da tempo. Non che fossi vecchio, ero sfinito da unesistenza grama, da fatti tragici e dalla perenne malinconia del mio cuore. Spesso mi veniva da pensare che ero matto. Compiere faticacce del genere per vedere un insetto di pochi centimetri. E per, quel minuscolo nulla sarebbe stato lultima compagnia della mia vita, mi ci ero affezionato. Cos, passo dopo passo, giunsi alla Cuna.Scrutai di qua e di l senza trovare nulla, la foiba era sparita.Quellanno ci fu neve come non ricordavo. Mi orientai puntando un blocco di roccia grande quanto un campanile, emergente dalla neve come un comignolo dinverno. Ricordavo che il buco sapriva l intorno e iniziai a spalare.Scavai quasi unora per trovare lapertura. Minfilai nel buco, scesi adagio fino a toccare il piano. Accesi la pila e mi avvicinai alla pozza. Ero convinto di trovarla ghiacciata. Invece no, la vidi normale, calma e piatta come se dormisse. Mi accorsi che laggi, nelle viscere del monte, la temperatura era quasi tiepida, secca come un legno al vento, dolce come se linverno di superficie non esistesse. Non me laspettavo e fui sorpreso. Puntai la pila sullacqua, e mandai lo sguardo sul fondo. Come laltra volta, in quel momento cadde la goccia che tutto scompigli. A dire la verit sentivo che sarebbe arrivata, infatti guardai la volta. Non ho fortuna, le cose me le devo guadagnare e per averle devo attendere. E attesi. Finalmente lacqua torn limpida e ferma e potei conoscere la sorte dellinsetto. Dopo un attimo lo vidi. Il mio amico stava ancora laggi, nel liquido silenzio del suo mare, allombra profonda del sottosuolo che laveva inghiottito.Che mistero nascondeva quella piccola vita? Lo avrei saputo mai? S, ma non ora. Intanto fui contento di vederlo sano e salvo. Mentre lo guardavo sentii dentro di me calare una gran pace. Era la prima volta che stavo cos bene. Avrei voluto rimpicciolire, diventare un pesciolino, saltare nella pozza e rimanere a tenergli compagnia. Da cosa mi veniva quella pace? Non lo sapevo. Pensai che forse quella caverna sarebbe stato un posto buono dove restare. Per togliermi dal contatto con le persone e pure dal rischio di incontrarne per caso. Per esempio alla baita poteva benissimo passare qualcuno, notarmi, fermarsi, fare domande, spiarmi. Ma laggi no, nella spelonca nessuno poteva trovarmi. Laggi stavo al sicuro, avevo un piccolo amico lungo quattro centimetri e una gran pace. Allesterno mi aspettava la cerva, custode anche lei della mia vita sbagliata.
Per un attimo mi balen lidea di lasciare la baita e trasferirmi nella foiba, a vivere sottoterra, come una talpa solitaria.Fu solo il pensiero di un attimo. Casomai nella foiba sarei andato a morire, non a vivere. E poi, come potevo abbandonare la cerva che mi seguiva come unombra? Impossibile.Controllai ancora una volta lamico con molte zampe e stavo per avviarmi a risalire. Ma volli fare una cosa che forse non avrei dovuto fare. Luomo proviene dallinferno e quindi si trova bruciato appena nasce. I preti dicono che  il peccato originale ma io so che comanda Satana.Per questo luomo non si contenta mai di nulla. Non lascia in pace i suoi simili i quali, per ricambiare, non lasciano in pace lui. Tutti insieme, o quasi, non lasciano in pace gli animali, n le piante, n i fiori, n la natura intera, compreso il mare. Non lascia in pace niente, luomo. Io non faccio differenza, in pi sono cacciatore. Luomo  cattivo. Ma quello che pensai, e attuai, gi nella foiba non fu cattiveria o disturbo. Volevo soltanto tenere un pochino in mano il mio amico. Avrei dovuto rinunciare, accantonare subito quel proposito. Che diritto avevo di rompergli le scatole?Chi ero io per farlo? Nessuno. Non ero proprio nessuno.Anzi s, ero un delinquente. Eppure, come ho detto, luomo non si premura di occupare soltanto il proprio posto e rispettare quello degli altri. Deve impicciarsi di tutto, intralciare, rovinare, disturbare. Luomo  venuto sulla terra per distruggerla e disturbare il suo prossimo. Cos, mentre il povero insetto stava a met del suo perenne tragitto, tirai su la manica, affondai il braccio nellacqua e lo feci salire delicatamente sulla mano. La candida melma del fondo sarrabbi. Si mise a girare, gonfiarsi, agitarsi, per poi salire decisa verso lalto come una nuvoletta spinta dal vento.Nel frattempo avevo tirato fuori la mano dallacqua. La aprii davanti agli occhi puntando bene la pila sul palmo. Il mio esserino era l, nel centro, immobile come fosse morto.Non mosse nulla, nemmeno una zampina, nemmeno quelle brevi antenne che teneva sul davanti. Forse aveva paura e si fingeva morto. Chiss. Forse il calore della mano, seppur bagnata, lo riscaldava un poco, e si godeva quel tepore.Ma poteva anche darsi il contrario, che quel tepore lo scottasse, gli facesse male. Certamente non era abituato a temperature alte. A quel punto mi sorse il timore di danneggiarlo, ferirlo o peggio farlo morire. Intanto lo spiavo e lui sempre immobile. Nel frattempo la melma bianca si era calmata.Stava di nuovo adagiandosi in basso come una nebbia che sappoggia al fondovalle e si rilassa. Allora sfiorai lamichetto con le labbra come per dargli un bacio. A dire la verit lo toccai leggermente. Poi con delicatezza lo posai sulla superficie dellacqua. Puntai la pila e osservai le sue mosse. Non fece nulla. Si lasci andare a fondo lentamente, come un corpo morto e dopo un po scomparve nella nuvola.Aspettai che lacqua tornasse chiara. Dovetti attendere pi del dovuto, giacch nel frattempo era caduta la goccia a produrre i suoi cerchi misteriosi. Quando tutto torn limpido e il silenzio regn sovrano, guardai attentamente. Ed eccolo laggi, il mio amico, errante sul fondo. Aveva ripreso il suo monotono avanti e indietro come se non gli fosse accaduto nulla. Realizzai che quello era il suo destino e lo lasciai in pace. Ero contento che fosse vivo. Quanto durasse quella fragile esistenza non potevo saperlo. Poteva darsi pi della mia. Intanto quellesserino stava l, affondato nella sua pozza, a studiarne perennemente le misure, nel buio totale della foiba e del mondo. Questo mi bastava, sapevo che sarei tornato e forse lo sapeva anche lui.
Risalii allaperto e, appena misi fuori il muso, ricevetti un pugno ghiacciato che mi fece arricciare il naso. Era il freddo dellalta quota, che seppur daprile, continuava a congelare le rocce mattina e sera. La cerva mi aspettava. Stava coricata accanto a un masso che spuntava dalla neve come un cippo di confine. Appena mi vide sortire, balz in piedi e assieme, piano piano, ci avviammo verso la baita.Mentre scendevo, vidi qualcosa che salendo non avevo notato.Dove cominciava il bosco cerano cespugli di rovo nudi e scheletrici come ombrelli senza tela. Esibivano lunghe spine acuminate che sembravano spilloni dacciaio. Su alcune di queste spine, stavano infilzati tre ciuffolotti svuotati e senza occhi. Probabilmente si erano crocefissi la sera prima, cercando di sfuggire al pivasn. Il quale, dopo che serano infilzati volando nel terrore, li aveva succhiati e aveva cavato loro gli occhi. Ricordai di avere visto unaltra volta quella scena: ciuffolotti appesi ai cespugli come batuffoli di bambagia insanguinata. Ma non ricordavo pi dove n quando.
Un po alla volta, io e la cerva giungemmo alla baita che quasi imbruniva. Dalla valle saliva un vento che alzava il manto nevoso, scoprendo lerba secca. Labete bianco dondolava la cima come una mano che saluta. Il formicaio accanto alla casa aveva messo fuori la punta sbarazzandosi della neve che lo copriva. Le formiche ronzavano su per la piccola montagnola. Se non ci fosse stato il vento, si poteva udirne il laborioso fruscio. Pi in alto, un vecchio gallo forcello mand il suo benvenuto alla notte con lultimo canto.Sapevo che era vecchio perch cantava la sera. Quelli giovani solo allalba. Mentre entravo nella baita, lo sentii ancora una volta. E qui devo chiudere questa incursione nei sentieri del ricordo. Devo tornare alla resina dellabete bianco, che colava dal ramo nonostante il freddo glaciale di quellinverno senza tempo. Come forse ho gi detto, la baita era quasi finita, stavo sistemando lo spazio adibito a cucina. Dire cucina  esagerato. Tutto si concentrava in una stanza: tinello, cucina, salotto, camera da letto. E un posticino per la cerva accanto alla mia zaga. A me bastava e avanzava, avevo altro cui pensare. Al piano di sopra avrei fatto deposito di roba, e dei libri che mi ero portato, niente di pi. Allora, tornando a quel giorno freddo e triste di un Natale lontano, uscii dalla baita, puntai labete e mi avvicinai al ramo scortecciato. Chinatomi sullosso bianco spolpato dallartiglio, osservai attentamente. Dal graffio pi fondo lasciato dallunghia del corvo fluiva un filo di resina. Ci saranno stati venti gradi sottozero, mi risult incredibile che la resina colasse. Non potevo crederci. Doveva essere ferma, solida come pece di ciabattino. Invece no. Colava lenta, come un olio misterioso. Filava paziente e continua, tirando quasi un filo dal ramo dove sortiva alla terra indurita di gelo.Non guardai pi i graffi sul ramo, ero troppo sbalordito da quel fenomeno senza spiegazione.
Quel Natale lass far fatica a dimenticarlo. Solo la morte potr aiutarmi a farlo. La cerva mi seguiva come unombra.Era agitata. Savvicin, annus la resina poi and a strusciarsi sul tronco dellabete bianco. Lo fece tre volte, come a voler lasciare un segno o riceverlo. Annusava e andava a strusciarsi. Rimasi interdetto, che voleva dire? Intanto, dai paesi lontani tornavano le campane. Era Natale, molti sagrestani suonavano alla gioia della festa. I rintocchi salivano fin lass, a cavallo dellaria gelida. Fissavo il grumo di resina sotto labete. Bisogna sapere che la resina  il risultato di una ferita, il rigurgito di un dolore. Anche le lacrime sono prodotto di un dolore, ma non sempre. Possono cadere lacrime di gioia. Per questo mi fido pi della resina. Le lacrime di dolore escono, scendono e corrono via veloci. Se ne vanno. Non rimangono vicino a chi le ha versate. La resina invece no, si comporta in altro modo. Le lacrime di resina rimangono accanto allalbero ferito, al tronco che piange.Gli tengono compagnia, lo curano, lo aiutano a resistere, a crescere ancora, a non morire. La resina non scappa, rimane incollata a chi lha prodotta. Le lacrime se ne vanno presto, basta asciugare gli occhi e non si vedono pi. Il dolore forse rimane, ma non so per quanto.
Rientrai nella baita assieme alla cerva, fermamente deciso a tirar fuori le mummie dallintercapedine e studiarle a fondo. Mi buttai sulla zaga e per il resto del giorno non misi il naso fuori di porta. Fino a notte fonda udivo le campane dei paesi lontani che mandavano i loro suoni festosi. Mi addormentai qualche ora accanto alla cerva che vegli il sonno mio e delle mummie. Dormii poco, come al solito. Nelle lunghe pause di veglia, sentivo battere il cuore delle mummie.Mi concentravo nel silenzio profondo della montagna e mi pareva proprio di ascoltare i battiti.
Il nuovo giorno arriv lentamente, unalba livida prometteva neve. Invece non nevic, fece solo finta. Volevo concludere in fretta gli ultimi dettagli della mia tana. Mi aspettavano altri impegni. E poi ero stanco, non ce la facevo pi.Pensavo che il lavoro difficile doveva ancora cominciare e questo mi impauriva. Il vero sforzo sarebbe iniziato nel momento in cui avrei tolto le mummie dal muro. Molte volte mi balen lidea di chiudere la partita rovesciando il tavolo.Bruciare quei cartocci di donne rinsecchite in un grande fal e andarmene da qualche parte, cominciare unaltra vita. Magari allestero. Ma quale vita? Che vita potevo fare io? Io sono un uomo senza pace, un maledetto che ovunque vada star male. E far male. Ma anche non fosse stato cos, scartavo subito lidea di fuggire. Non avrei potuto.Sentivo che qualcosa mi teneva incatenato a quei monti, a quella baita maledetta, a quelle donne secche, alla mia cerva.Dimprovviso mi torn in mente linsetto dentro la pozza alla foiba della Cuna. Chiss se cera ancora. Lultima volta lavevo adocchiato mesi prima, in estate. La penultima, linverno precedente, quando spalai la neve per scendere nel buco. Scordavo spesso la sua esistenza. Era cos piccolo che lo dimenticavo. Le cose minime sallontanano da noi senza clamore. Occorrono forme eclatanti per esser ricordati.Fosse stato un elefante, di sicuro lo avrei tenuto a mente. Ma quando mi tornava in testa, provavo una misteriosa simpatia.E non era mal riposta. Fu lui, infatti, il piccolo insetto, a darmi una mano nel risolvere lenigma. Pu sembrare impossibile, o ridicolo, ma  cos. Occorre per seguire lordine, non dire niente prima di essere arrivati al punto. Intanto era giunto il momento di chiudere i lavori alla baita e buttarsi anima e corpo nel mistero delle mummie. Era quella la mossa da fare, la prossima, la pi urgente.
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FINE Parte 1.